Vincenzo Trama – Tra le rovine dell’impero – di Renzo Sabatini
Renzo Sabatini
Tra le rovine dell’impero – Lettere da New York
Ensemble – 492 pagine – Euro 22

C’è una sottile, persistente ironia in queste righe che sto scrivendo adesso, in occasione del libro di Renzo Sabatini, Tra le rovine dell’impero. Picchetto i tasti del pc mentre di sottofondo le voci dei notiziari rimbalzano quasi isteriche: Zohran Mamdani è il nuovo sindaco di New York. Primo sindaco musulmano, immigrato in terra americana a sette anni – vero è che non nasce propriamente operaio – è un bello schiaffo in faccia all’americana trumpiana tutta cappellini, proiettili e feticci suprematisti in salsa tech. Sarà contento come me l’autore di questo voluminoso atto d’amore a una realtà, quella americana, che io invece non ho mai apprezzato, se non in veste di qualche deriva musicale giusto un poco interessante? Credo proprio di sì, vista l’appassionata mappatura che Sabatini ci offre in questo suo lavoro, frutta di una cernita di pezzi qui rivisitati e che vennero precedentemente pubblicati tra il 2015 e il 2020 dalla celebre rivista anarchica A del compianto Paolo Finzi. Sabatini, che scrisse le sue lettere sotto lo pseudonimo di Santo Barezini, riuscì già all’epoca a intercettare l’interesse di diversi lettori, complice la sua lettura di una situazione politica all’epoca senza precedenti, che vedeva nell’ascesa del magnate redneck Donald Trump la vittoria di un retropensiero distopico che Bradbury mollami, specie tenendo conto della quasi decennale presidenza di Barack Obama, che lungi dall’essere un riformatore, rappresentava senz’altro – o sembrava almeno esserlo – il segno di una presa di coscienza epocale per la politica americana. Alla luce del secondo mandato del biondo cattivo di Paperopoli, l’opera di Sabatini risulta ancora più necessaria per cercare di comprendere le dinamiche che hanno portato un popolo a rieleggere un archetipo tanto negativo in termini di dialettica, empatia e – cosa sicuramente più importante – di umanità. L’autore, che per sei anni ha vissuto a New York per motivi di lavoro insieme alla sua famiglia, ci presenta quindi in queste pagine le strade della metropoli per eccellenza, la città in cui non si dorme mai e dove chiunque, proprio chiunque, può coronare il proprio sogno americano. O almeno, così piace dire a qualcuno, specie se bianco, ricco e possibilmente yankee da più di qualche generazione. Di fatto Sabatini fa emergere tutta una serie di contraddizioni fra i bagliori di Central Park e le sue immediate periferie, sempre più ghettizzate e divorate da una povertà dilaniante, come Harlem, che l’autore descrive in tutta la sua greve fragilità, lungi dal folklore cinematico che si tende ad utilizzare per rappresentarla. In tutto questo il contesto di forte prevaricazione da parte delle forze armate pone la cittadinanza più debole a subire spesso soprusi di cui i fatti di cronaca riempiono ormai con frequenza seriale le pagine; Sabatini ci ricorda però che la stessa società americana, checchè ne dica una certa agiografia edulcorata, nasce e si basa proprio sul mito stesso della sopraffazione: ce lo ricorda con la festa del Colombus Day, a cui fa da parallelo la controcelebrazione sull’Isola di Randall, nell’East Side, dove ogni 12 ottobre i discendenti dei nativi indiani ricordano l’invasione e la depredazione da parte di uomini venuti dal mare brandendo il vessillo di una presunta e mai richiesta libertà. Con l’occhio critico di chi ha dalla sua dati e non (soltanto) opinioni, Sabatini snocciola situazioni storiche e personalità che hanno determinato, nel bene e nel male, il corso della società americana: si cita Emma Goldman, ad esempio, attivista anarchica che nel 1909 produsse una nuova dichiarazione d’indipendenza che potesse sostituire quella del 4 luglio 1776, visto che era priva di quei riferimenti alla libertà, all’uguaglianza e alla solidarietà che i padri fondatori non ritennero necessari definire quali pilastri della nascente e democratica società americana. O Martin Luther King, il cui pensiero continua a essere fonte di ispirazione anche per i più giovani all’interno di quartieri ghetto realizzati su misura – ovviamente a misura di altri -. Ma Sabatini ci restituisce anche testimonianze di illustri sconosciuti, vicini di casa, lavoratori comuni spariti dall’oggi al domani, discendenti navajo sommersi dai ricordi, gente banale che per davvero banale non è, visto che rappresenta il cuore pulsante di quella stessa America che con tanta passione lui ci descrive. Signori nessuno, un po’ come quelli che si aggirano sempre più spesso nelle nostre strade, in fuga da paesi straziati retti da marionette i cui fili vengono fatti ballare dai soliti noti che si lamentano poi degli immigrati nelle loro stesse strade, in un circolo vizioso che diverte il solito clan di benestanti capitalisti. Fra un bourbon, un richiamo a Dio e una tastata alla rivoltella: leggete questo libro, allora, come forma di difesa. Davanti all’ignoranza osiamo svuotare cartucciere di sapere: è l’unica arma di cui vogliamo disporre.
Vincenzo Trama
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