Fabio Marangoni - "Francesca" di Luciano Onetti

Fabio Marangoni – “Francesca” di Luciano Onetti

Ti stai sbagliando chi hai visto non è…

non è Francesca…

E invece non mi sbaglio affatto, con buona pace del duo Battisti/Mogol ho visto proprio lei, “Francesca” di Luciano Onetti (e Nicolas Onetti) e voglio parlarvene, anzi scriverne.

Comincio col dire che in questi due anni, quasi tre, dalla sua uscita – è del 2015 anche se sembra uscito da una macchina del tempo – lo hanno fatto altri prima di me, ovvio, ci sono siti specializzati che cannibalizzano tutto e prima di tutti, ma, io ne scrivo dopo averlo visto di recente, altri non lo so, essendo un film indipendente non era così semplice vederlo all’epoca, ha fatto il giro dei Festival dove si è fatto notare, ha vinto qualche premio e, cosa non da tutti, la pubblicazione in dvd in Germania, Regno Unito, Corea… in Italia non è ancora arrivato, ed è un peccato doppio, mortale direi, perché “Francesca” è un film italiano più di tanti girati in Italia da gente con la cittadinanza tricolore. E vi spiego perché.

I fatti

In una città italiana – Roma? – un killer tiene in scacco la polizia, uccide secondo un preciso rituale inviando lettere delle sue imprese recanti passi dell’Inferno di Dante.

Le indagini sembrano portare a un fatto avvenuto quindici anni prima, la sparizione della piccola Francesca, figlia di Vittorio Visconti un noto commediografo.

Non vi ho ancora detto che il regista Luciano Onetti è argentino e in più parla benissimo l’argentiano, quello filmico, in maniera sciolta e convincente, per i nostalgici è un tuffo al cuore, una stilettata, a cominciare dai titoli di apertura, la fotografia dai colori saturi, quei bianchi accecanti, tutto così Anni Settanta, troppo Seventies, da non credere che sia stato girato tre anni fa e… non in Italia.

Perché in questo film non c’è solo una storia gialla smaccatamente ricalcata su quei film dai titoli animaleschi e floreali che andavano di moda allora, c’è la ricreazione degli ambienti, dei luoghi con una cura impressionante: le bambole di celluloide dai fintissimi capelli mogano, i telefoni rossi, una radio vintage, un magnetofono, persino l’immancabile bottiglia di “J&B” e non basta, l’assassino nel suo rituale copre gli occhi con delle monete, ebbene, sono le vecchie care Lire!

Inutile dire che le citazioni sono numerose, palesi per chi come me ha visto una dozzina di volte L’uccello dalle piume di cristallo e altrettanto Profondo Rosso senza dimenticare i titoli che stanno nel mezzo, ci sono le stesse inquadrature, dal primo piano dell’obiettivo della macchina fotografica mentre scatta le foto della prossima vittima come in “L’uccello dalle piume di cristallo” alle nenie ripetute dalle bambole ogni qualvolta l’assassino sta per entrare in azione come nella famosa scena con protagonista Glauco Mauri in Profondo Rosso, o ancora il proiettore che acceca una delle vittime in un teatro come succede in Quattro mosche di velluto grigio all’inizio del film, potrei andare avanti ancora, rivedendolo, ma non voglio anticipare oltre, è uno degli impegni presi quando ho cominciato questa rubrica.

Di fatto Francesca non è un remake del giallo all’italiana, come lo stesso regista spiega nella lunga intervista – credo l’unica in italiano – concessa al sito “Darkveins.com” e che potete leggere qui http://www.darkveins.com/152516-intervista-luciano-onetti-parla-del-suo-nuovo-giallo-francesca/ , con esso vuole dare continuità al giallo tradizionale dei Settanta, a suo dire rimasto fermo, cito testualmente: dare un seguito a quella linea temporale ormai paralizzata” con l’avvento degli Anni Ottanta, e, non si può dargli torto, la sua macchina da presa e del tempo ha centrato l’obiettivo.

E’ chiaro che traspare anche una passione tout court per l’italianità tipica di chi non vive in un paese che conosce solo da lontano – attraverso uno schermo deformante e parziale – forte di un legame che deriva dallo stesso nome dei fratelli Onetti, le cui origini si perdono in quei primi anni del secolo Novecento quando tanti italiani partirono per cercar fortuna “alla fine del mondo” in Argentina, non è un caso che nei titoli di coda tra i ringraziamenti appare la “Filantropica Italiana” e in questa ottica va visto l’intero film, non un qualunque “esercizio di stile”, ma pura e dura passione per un genere e un luogo che lo ha partorito tanto da intitolarlo con un nome di donna italiano.

A onor del vero ci sono due differenze rispetto agli originali: una evidentissima, che ribadisce lo stesso regista anche nell’intervista, la scelta del nome “Francesca” come titolo anziché uno allineato alla moda dell’epoca con animali bizzarri e poi l’assassino non ha i soliti proverbiali guanti neri bensì preferisce il rosso, anche nel colore del soprabito.

La prima volta che ho visto una foto in bianco e nero di Luciano Onetti ho pensato: “è Lenny Kravitz!”. In effetti oltre alla capigliatura e gli occhiali scuri una cosa in comune ce l’hanno: entrambi sono musicisti e il Nostro si è occupato anche della colonna sonora del film.

Inutile dire che anch’essa è in linea con quelle che erano le sonorità dei gialli dei Settanta, quindi primi fra tutti i Goblin, ma anche Ennio Morricone: non dimentichiamo che le musiche dei primi tre film di Dario Argento sono sue e hanno condizionato tanto quelle successive.

Chi pensa che “Francesca” sia l’opera prima di un talentuoso esordiente, però, si sbaglia, nel 2013 gli Onetti Brothers con la loro “Guanto Negro Films” avevano fatto la comparsa nei principali festival di cinema con “Sonno profondo”, un film di cinquanta minuti che anticipa il successivo, questa recensione gli si cucirebbe intorno benissimo, il modello è il medesimo, ma se vogliamo più criptico, quasi narrato per sole immagini: è la storia di un killer che riceve una lettera anonima da un testimone che minaccia di smascherarlo… già sentito vero?

Per me la scoperta di entrambe queste pellicole è stata una gioia per gli occhi e per le orecchie: ottime le musiche, un po’ meno il curioso doppiaggio italiano fatto da attori argentini il cui accento spiazza. Di certo sentiremo ancora parlare di Luciano e Nicolas Onetti, nel 2017 hanno terminato le riprese del loro terzo lavoro “Los Olvidados” – niente titolo italiano stavolta…! – e non è un giallo, bensì, dal trailer si deduce che siamo dalle parti di “Non aprite quella porta” & figli!

(Fabio Marangoni)

PS. Un consiglio da chi il film lo ha visto davvero e non solo recensito: una volta terminato, non abbiate fretta, lasciate scorrere i titoli di coda, tutti, fino alla fine…

– Noodles, cos’hai fatto in tutti questi anni?

– Sono andato a letto presto.”

C’era una volta in America.

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