Federica Marchetti - Luciano Bianciardi (1922-1971)

Federica Marchetti – Luciano Bianciardi (1922-1971)

So bene di essere, senza modestia, un uomo mediocre, né migliore, né peggiore di centomila altri come me” (Luciano Bianciardi da Belfagor)


Oggi Luciano Bianciardi avrebbe 96 anni, vivrebbe appartato e si indignerebbe per la volgarità e l’ignoranza dei nostri tempi. Durante tutta la sua breve vita (morì di cirrosi epatica a 49 anni) è stato un cane sciolto (oggi diremmo un
outsider), un anarchico, un irriducibile, un precario, un insofferente, una voce rabbiosa. Da profeta demonizzò la televisione e sbeffeggiò la pubblicità. Il mondo per lui era tutto da rifare, la vita una delusione. Non aveva la patente. Beveva troppa grappa gialla, cattiva, a buon mercato. Fumava venti Nazionali senza filtro al giorno. Scrisse diari giovanili, traduzioni (un centinaio), articoli, racconti, saggi, reportage e romanzi (4). Quando nel 1962 pubblicò La vita agra, il suo romanzo di maggiore successo, aveva già tradotto 66 libri. Aveva l’ossessione dei soldi che non bastavano mai. Non sopportava gli orari e la puntualità. Era trasandato. Era timido, buono, ingenuo ma anche rissoso, scurrile. Un disperato che trovò un’unica via d’uscita a se stesso: l’autodistruzione. Tutti i suoi libri hanno rappresentato un pezzo della sua autobiografia che come un mosaico si è ricomposta, alla fine, all’insegna della sconfitta finale, dell’inevitabile infelicità. E se la biografia di un autore la dice lunga sui suoi demoni, sulle intenzioni e sulle soluzioni più di ogni intervista e prima ancora di ogni sua opera, quella di Bianciardi fu una fuga (da Grosseto a Milano a Rapallo e ritorno) a gambe levate dalla realtà.

Luciano Bianciardi nasce a Grosseto il 14 dicembre del 1922 da padre cassiere di banca e madre maestra. Studia violoncello, lingue straniere e legge forsennatamente. Da bambino si ammala di malaria. Frequenta il ginnasio e la Facoltà di Lettere e Filosofia a Pisa. Insegnante e bibliotecario, promotore culturale (celebre il suo Bibliobus e il cineforum), si sposa nel 1948 con Adria (la figlia del cappellaio che sua madre non accetta) da cui avrà due figli (Ettore, 1948, e Luciana, 1955). Nel 1952 l’amico Umberto Comi, diventato direttore della “Gazzetta di Livorno”, gli propone di collaborare alla terza pagina e Bianciardi si mette alla macchina da scrivere e comincia a raccontare i tic e i peccati degli italiani che non sempre accettano i suoi impietosi ritratti. A Livorno nel 1953 incontra Maria Jantosti una ragazza libera e comunista che sogna di fare la rivoluzione: nasce una relazione che durerà fino alla morte di Luciano (sul quel doloroso amore nel 1974 scriverà il romanzo Tutto d’un fiato). Poi conosce Carlo Cassola e sebbene ci sia una lieve differenza d’età (Cassola è di 6 anni più grande) nasce una sincera amicizia e una preziosa collaborazione. I due si interessano ai minatori e alle loro condizioni lavorative e dopo, l’incidente di Ribolla del 4 maggio del 1954 che causa la morte di 43 minatori, i due seguiranno un’inchiesta e pubblicheranno un’opera dal titolo I minatori della Maremma (1956) efficace opera di denuncia.

Bianciardi alterna Grosseto, dove vive l’insofferenza del matrimonio, e Roma, dove incontra Maria. Poi finalmente da Milano arriva l’incarico di Giangiacomo Feltrinelli che progetta una grande casa editrice. Nel giugno del 1954 si traferisce nella metropoli lombarda: la città è triste, la gente allineata, ma al lavoro si trova bene. Il nocciolo della trilogia della rabbia nasce dalla sofferenza milanese che si contrappone alla nostalgia per la Maremma. D’estate torna a Grosseto da Adria che resta incinta: Luciana nasce nell’aprile del 1955. A Milano Luciano va a vivere nel quartiere di Brera. Il 1° febbraio del 1955 lasciata Roma, Maria lo raggiunge a Milano. Nel 1956 rompe ogni rapporto con la moglie Andria che, a gennaio, lo va a scovare a via Solferino 8 per verificare la veridicità di certe chiacchiere e lo trova con Maria. Interrompe anche i rapporti di lavoro con Feltrinelli (non va più in ufficio ma traduce da casa), lascia Brera e va a vivere in via Marghera (in

 un appartamento condiviso con un’altra coppia) poi in via Domenichino. Nel 1958, ad agosto, nasce il suo terzo figlio, Marcello Jatosti (la coppia non è sposata e il figlio non può avere il cognome del padre).

Prolifico autore pubblica un centinaio di traduzioni (suo vero sostegno economico) (che lo traghettano, grazie all’incontro con i libri di Henry Miller, verso una nuova ma, allo stesso tempo, malsana e falsata consapevolezza di sé, del suo stile e del suo obiettivo) e innumerevoli articoli oltre ai 10 volumi di romanzi e saggi tra cui spicca il suo più grande successo, La vita agra del 1962 che sarà una vittoria ma anche una grande sconfitta. Romanzo autobiografico (che fa parte della trilogia della rabbia con Il lavoro culturale del 1957 e L’integrazione del 1960) ripercorre le vicende della sua vita e nel 1964 Carlo Lizzani ne fa un film con Ugo Tognazzi e Giovanna Ralli. Il protagonista lascia la provincia e la famiglia per trasferirsi a Milano per vendicare i minatori morti durante un incidente in miniera. Sono gli anni del boom: l’Italia conformista segue un’unica morale, quella borghese che vuole un prototipo di vita adatto a tutti. È in atto la diseducazione sentimentale di un’intera nazione narcotizzata dalla televisione e dalla pubblicità. Bianciardi vive da disperato e frequenta artisti, gente disperata come lui. Si dissocia da tutto ciò che lo circonda. Beve, fuma, tradisce Maria, si pente, batte a macchina per ore, dorme poco. Vive di ossessioni. “Alla vita non c’è rimedio”, scrive. L’anarchia è finita, resta l’utopia, il sogno. Svuotato dopo La vita agra (pubblicato da Rizzoli) vive come da spettatore il suo immediato successo: alla presentazione del 6 ottobre del 1962 c’erano tutti i “cervelloni” e Bianciardi arriva con un vestito blu prestatogli dall’amico Carlo Ripa di Meana (e con al collo un’orrenda cravatta rossa). Inizia la promozione del libro e Bianciardi si sente come un rappresentante di commercio ma i soldi non sono più un problema, tutti (per primo Indro Montanelli) lo vogliono e lui, dopo un attimo di esitaz

ione, rifiuta ogni accomodamento. Avrebbe accettato la disfatta ma il successo è troppo assordante. Maria resta delusa dal romanzo: sebbene sia finzione letteraria, Bianciardi ha urlato una solitudine che l’ha esclusa. Allora lo lascia, parte per Roma, poi ritorna, ma ormai tra loro tutto è cambiato. Viene travolto dal successo e per un po’ gioca (ma sempre arrabbiato) con la società che se lo litiga. Poi, però, si ritira da solo da quel carosello di pose che lo ha già stancato. Con Maria litiga in continuazione e trascura anche i figli (Grosseto). Sente stringere intorno a sé la rabbia, la solitudine l’ostilità e imputa tutto a Maria che nei romanzi è diventata Anna, l’amante nemica. Frequenta il Derby club dove passano cabarettisti e musicisti di ogni dove. Diventa amico di Enzo Jannacci, conosce Dario Fo, incrocia Luigi Tenco e Giancarlo Fusco. Lascia l’“Avanti!” e comincia a scrivere per “Il Giorno”, “Le Ore”, “ABC”, “Playmen”, il “Guerin sportivo” e si occupa anche di sport. 

Compra una casa a Rapallo dove Maria e Marcellino vanno a vivere e dove lui li raggiungerà alla fine del 1964 dopo un felice giro di conferenze a New York. A Rapallo conosce l’anticamera della morte, il completo distacco dal mondo, il diniego del successo, la solitudine, l’autodistruzio

ne. Con La battaglia soda, del 1964, ritorna al suo amore giovanile: il Risorgimento italiano. Maria gestisce la libreria Il Convegno ma Luciano beve e fuma troppo. Un amico lo trascina in Israele nel 1967 ma Bianciardi litiga con tutti e quando torna a Rapallo va in giro esibendo la benda sull’occhio come Moshe Dayan per protesta. Scrive a fatica e si conge

da dal suo pubblico con un romanzo stanco (Aprire il fuoco, del 1969). Allora torna a Grosseto: rivede i figli (ormai cresciuti) e si sente in colpa, gli amici stentano a riconoscerlo, tutti provano imbarazzo. Torna anche dalla madre. Maria lo trascina via da Rapallo, lo riporta a Milano ma Luciano è cosciente di essere su una brutta china. Beve in continuazione e non scrive più. Però riprende in mano il violoncello dell’infanzia ma ormai non c’è più nulla da fare. Muore a Milano il 14 novembre del 1971, solo, in un letto d’ospedale.

Mai recuperato davvero ma oggetto di culto per pochi lettori nostalgici (la sua Italia che non esiste più somiglia, però, in modo impressionante a quella attuale), Luciano Bianciardi è stato oggetto di vari libri: irresistibile (e imperdibile) ritratto dell’autore grossetano è quello di Pino Corrias che nel volume Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano (Baldini & Castoldi, 1993) ricostruisce amorevolmente la sua vicenda biografica e letteraria. Anche la compagna di una vita, Maria Jatosti, ha scritto un libro sugli anni della sua travagliata storia con Bianciardi (Per amore e per odio, Manni, 2011).

(Federica Marchetti)