Giacomo Guantini – Racconto a conchiglia (se appoggi l’orecchio senti il mare)

Esteticamente mi mantengo con lezioni sullo zoccolo del dr. Scholl, ma mi dovete immaginare su scenari Polaroid, ventottenne a Ventotene lungomare. Un pareo e via, incerto se fare l’estetista o la statista…
Patente e macchina ritirate per via di lavaggi sbagliati e le navi laggiù in fondo col mare grosso e la donna qualunque che passa e fa,
“Sì, è vero, fa impressione… Ma tanto loro ci sono abituati…”.
E Lorenzo crede a tutto… ha la sua idea.
L’evoluzione in tre minuti. Poi consegna, esce a fumare e varia in nuvoletta rosa.
Fred Angusto da par suo si arrampica agli specchi per guardarsi l’alto in basso e il basso è sempre scordato… quando a casa, quando in sala d’incisione, quando altrove e quando quando quando quando…
Subito notte.
Ma la vita batte il tempo. Stargli dietro è impegnativo e d’altronde, quella è una tribù che non conosce il cellulare.
Niente Wi-Fi. Niente social.
Cosa ci vuoi fare…
Questo li ha tagliati completamente fuori ed ha causato un forte ritardato evolutivo.
Per parlare devono incontrarsi, uscire di casa… socializzare.

Inaccettabile.

Un’intera popolazione a preoccupante rischio empatico.

“Il pericolo è elevato” spiega il mezz’imbusto, “È più alto di queste onde formidabili che li inghiottono e li sputano ciucciati”.

Informazioni scorrette.

“Registrarsi per favore”.

È stata come una doccia a ciel sereno, lo so.
Qualcosa che riguarda qualcosa.

“Ok, ad ogni modo basta che lei l’autocertifichi e qui può fare un lauto pasto…”.

Sono niente le mie armi, il mio arsenale inoffensivo di parole, le mie idee.
Me ne vergogno un po’ ma poi mi passa e vado avanti per sentieri di battute e spazi, spazi che mai ho apprezzato tanto come ora.
Ci hanno presi in trappola. Prigionieri, tenuti sotto tiro da un ozioso e insensibile agente patogeno in una vita fra parentesi. A quello che occorre per davvero ci si arriva trafelati al bronzo.
Lui si chiama Carton Jackson, esperto in muri divisivi e barriere architettoniche in materiale stupido. È nato a un certo punto. A tre metri dai coglioni.
Laureato in teoria della ragione presso la facoltà di intendere e volare in tempi non sospetti, in astinenza si beve anche queste storie sul demandare alla natura, magari dandole una mano, soffiando timidi sul fuoco e alimentando paure e insicurezze nell’attesa di dover ricostruire. Lavora in alveare e modellizza i fenomeni di domini più astratti.
E fuori niente. Succede tutto.
L’avvenire si misura in superfici.
Che ognuno difenda la propria, o il mare ci divorerà prima dell’alba.
Non c’è sconfitta nel cuore di chi agisce sotto l’impulso delle contrazioni ritmiche dei muscoli bulbo e ischio cavernosi, di chi non vuole sapere ma essere spiegato, non vuole apprendere ma credere.
Amalia no. Lei ama i panini col tonno, Jaco Pastorius e gli orecchi alle pagine, ma non in quest’ordine.
Naviga a nebbia in solitaria in una vasca da bagno in cerca di scontri occasionali.
Non capendo il verde dei portoni e le profezie della tizia che dicono il vero ma strano, costruisce discorsi privi di retorica tipo, “Radunate le truppe e dite loro che il re gli andrà in culo… sempre”.
È per gente come lei che siamo tutti sotto tiro e ancora vivi. Erratici, randagi.
Un’ondata ci spazzerà via lo stile di vita prima o poi.
Una vita in brutta, senza voglia di trascriverla… Esperimento a premi non contingente.
E il nuovo passa impietoso sopra al vecchio.
Si sviluppa in verticale.
E un giorno medio l’uomo qualunque disse,
“A volte penso in una lingua che non conosco..
Quelle devono essere le mie intuizioni migliori.
Alla fine la vita è un susseguirsi di banalità e  vivere bene significa raccontarsele nel modo più semplice..
Essere uno scrittore prevede di saperle raccontare anche agli altri..”.

Al mattino lo trovarono esanime
su una sdraio, sotto una palma, davanti al mare, con un mojito ancora freddo fra le dita.
Più tardi il coroner dichiarò: “È morto dissetato”.

Giacomo Guantini

 

 

(COMMENTO AD INIZIO RACCONTO)

Se non conosci Guantini comincia da qua. Come accostando l’orecchio ad una conchiglia, lo sentirai sciabordare parole, trasportando coi flutti detriti che devi sperare ti sfiorino appena, altrimenti ti fai male, molto male. E Giacomo sa farlo bene.

 

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