“Il condominio” di Alessandro Cartoni

 

Eppure non gli sfuggiva che in quell’enorme condominio dove si era appena trasferito accadevano cose strane. Intanto la stessa mole dell’edificio sembrava crescere a vista d’occhio. Cioè non proprio a vista d’occhio ma da un momento all’altro della giornata. Per esempio a mezzogiorno quando tornava e provava a considerarne la configurazione gli pareva che non fosse mai quella del mattino. E si chiedeva perché. Poi c’era la questione dei limiti e delle dimensioni, questi gli apparivano sempre diversi e sempre più estesi quasi mutassero in forma e direzione mentre lui era via o era stato un’ora occupato. Da lontano per dire gli era sembrato la prima volta un immenso cubo popolato di un numero smisurato di cellette tutte uguali, insomma quasi un alveare. Ma al crepuscolo con la luce declinante, ne era sicuro, la mole del condominio si inalberava verso l’alto, acuminata e glabra come una piramide. Così se stava fuori si incantava a guardarla cercando di individuare quale dei mattoni corrispondesse al suo appartamento. Scala D interno 38, ma dove poteva stare?

Forse era colpa del cielo, pensava, del colore del cielo se aveva l’impressione che l’intero edificio si muovesse. Ma ogni tanto dubitava anche di tutto questo suo dubitare, alzava un po’ le spalle scrollava la testa e cercava di mettersi a pensare ad altro. Non è che funzionasse molto, però.

Un’altra cosa stupefacente era che in fondo nonostante i quattro mesi del suo soggiorno non avesse davvero conosciuto nessuno. Certo, sulla sua scala, appunto la D, abitava la signora Carla o il signor Domenico, ma davvero cosa pensassero e dove andassero tutto il giorno a lui era ignoto. Anche lui alla fine era stato costretto ad adottare l’inquietante abitudine di parlarsi attraverso il citofono. Le prime volte aveva manifestato una certa insoddisfazione per questa pratica. Per esempio gli era capitato di invitare il signor Domenico a salire: “venga su la prego, non stia al freddo, le faccio un tè, così mi racconta per bene”.

C’era stato un momento di silenzio imbarazzato, poi il signor Domenico quasi sussurrando aveva risposto “non si può mi scusi… adesso devo andare” E lo aveva lasciato lì con la cornetta in mano come un idiota. Da quella volta anche lui per comunicare con altri condomini aveva preso ad usare il citofono. Alla fine si era abituato. Nel condominio pareva ci si potesse abituare a tutto. Anche all’idea che nessuno fosse autorizzato ad avere relazioni troppo vicine ed umane con gli altri.

Dal giorno che la signorina Silvia, che spesso incontrava al supermercato, si era rifiutata di farsi aiutare a portare le borse della spesa sulla scala D ed era scappata via, neanche lui fosse un ladro, gli era venuta l’idea fissa che ci fosse un regolamento segreto. Non glielo avevano comunicato ma certo doveva esserci, e stabiliva l’obbligo di una distanza minima dal prossimo. Non poteva essere altrimenti se tutti si parlavano col citofono, non si facevano aiutare e si salutavano sempre da lontano.

A lui invece non sarebbe dispiaciuto un minimo di condivisione vera.

E c’era poi la faccenda delle cantine. Tutti facevano finta di ignorare che le cantine fossero popolatissime, piene di ombre che fuggivano da ogni parte e rimbombanti di discorsi, gemiti o sussurri nelle più strane lingue del mondo. Accadeva, sopratutto la sera dopo una certa ora.

Aveva provato a chiedere spiegazioni ai condomini più antichi e si era sentito rispondere che “forse aveva sognato, perché le cantine si usavano solo per stendere i panni e nulla più”.

Ma a un carattere come il suo una spiegazione simile non poteva bastare, dunque una notte era sceso, in punta di piedi, quasi come un ladro, e si era diretto al pianoterra, poi aveva preso la scala sotterranea e aveva proseguito col cuore in gola. Più si inoltrava nello scantinato infinito e labirintico del condominio, più gli sembrava di allontanarsi dalla base stessa dell’edificio. Dove stava andando? Era possibile che i cunicoli fossero così lunghi?

Era come se stesse percorrendo chilometri sotto la superficie della terra. Solo dopo una certa quantità di tempo, il silenzio ostinato aveva lasciato il posto a una serie di rumori indistinti come di voci umane che si sovrapponessero. Nel buio, ai fianchi del sentiero, lentamente aveva cominciato a intravedere una infinità di stalli, stretti e angusti, occupati da individui completamente nudi. Coppie o piccoli gruppi, ognuno nel suo spazio, impegnati per lo più a discutere. Solo in casi particolari alcune figure tentavano maldestramente qualche approccio sessuale. Per lo più, nei gruppi l’attività più frequente era quella della consolazione: uno o due individui al massimo piangevano e gli altri si prodigavano tentando di calmarli e di proteggerli con parole e gesti di intensa tenerezza. Ce n’erano alcuni che tenevano la testa degli altri come si fa con i bambini che hanno il voltastomaco. Altri ancora che si muovevano ritmicamente come esseri in preda a forti convulsioni e venivano tenuti fermi e accarezzati dai loro compagni. Per un attimo aveva avuto l’impressione di trovarsi in un immenso ospedale oppure in una clinica per oscure malattie dell’anima.

Era difficile capire perché stessero tutti là, nelle profondità della terra, per giunta nudi. La cosa ancora più sorprendente era che tra le fisionomie riconoscibili c’erano molti condomini che aveva già visto. “Ma non avete freddo?” avrebbe voluto chiedergli. E poi perché proprio là sotto, non potevano parlarsi e consolarsi di sopra, alla luce del sole come gli esseri normali, come tutto il resto del mondo?

Quando smise di fare queste considerazioni, si era fermato e aveva cercato disperatamente il quadrante dell’orologio. La lancetta era ferma alle tre del mattino e lui si sentiva sfinito. Quanto poteva aver camminato sotto le cantine del condominio? Non aveva la minima idea di dove si trovasse e nemmeno come avrebbe fatto a risalire.

Alessandro Cartoni

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