"Il posto sicuro" di Cristian Palmas

“Il posto sicuro” di Cristian Palmas

La fiamma della torcia al plasma, con il suo accecante bagliore ultravioletto, tagliava inesorabile la spessa lamiera d’acciaio sul letto della macchina, e aveva in quel momento su Filippo lo stesso potere ipnotico che le luci elettriche hanno sui moscerini: la fissava assorto, con i suoi occhiali protettivi, nella sua soddisfazione di aver ripreso a lavorare dopo due mesi di sofferente cassa integrazione dovuta alla pandemia da COVID19.

Si riscosse dal torpore e controllò che il taglio dei particolari avvenisse regolarmente, tossendo seccamente un po’ per il suo pesante vizio del fumo, un po’ per i gas e le polveri metalliche sprigionate dalla lavorazione. Da quando per la sua piccola azienda era diventato l’unico e indispensabile operatore su quella macchina, aveva imparato a convivere con quel fastidio persistente alla gola, in cambio di uno stipendio utile, insieme a quello della moglie, a pagare il mutuo della casa e i prestiti personali per l’auto nuova e le vacanze. La pandemia aveva azzerato le entrate della moglie e costretto lui a un misero introito, insufficiente a coprire quei prestiti non sostenuti da alcuna misura d’emergenza da parte dello Stato.

Andò al bancone dove dei pezzi già tagliati attendevano di essere smerigliati per asportare bave e microgiunzioni. Cominciò a sparare scintille feroci e violente nell’aria piuttosto silenziosa del capannone, dove era presente soltanto un altro operaio, alla piegatrice, con mascherina e visiera ma senza guanti di lattice. La mascherina di Filippo invece proteggeva un gancio del quadro comandi del taglio al plasma.

Finito di smerigliare, controllò ancora la lavorazione in corso. Entro qualche minuto si sarebbe conclusa senza problemi però lui, per il resto della giornata, non avrebbe avuto altro da fare: non vi erano altri ordini da evadere e non era neppure l’una del pomeriggio. A quel pensiero, prima della pandemia, si sarebbe preso un permesso pomeridiano, accogliendo con animo leggero quella momentanea mancanza di lavoro; ma, dopo aver assaggiato la frusta dei debiti, il terrore della perdita dell’impiego – fino ad allora ritenuto un “posto sicuro” – e l’esaurimento per l’ozio casalingo forzato, la sua mente fu aggredita dal panico. Scrutando il fuoco artificiale sagomare gli ultimi pezzi, si rese conto di quanto la sua vita dipendesse da esso: per la prima volta, sentì di essere sagomato come quei particolari, secondo un disegno fatto da qualcun altro, senza essere interpellato.

Fine lavoro. La luce violetta della torcia si spense assieme alla serenità dell’operaio. I pezzi erano conformi, bisognava solo scaricarli sul pallet: l’ansia di conoscere il proprio destino lo indusse ad andare all’ufficio del responsabile prima di svolgere quel compito. Aprì la porta tagliafuoco che separava il capannone dall’ufficio e lo trovò intento a scrivere al computer, con la mascherina sul volto e i guanti di lattice. Era l’unico presente nell’ufficio tecnico, in quei giorni.

«Danie’, i pezzi sono a posto» dichiarò Filippo senza aggiungere altro.

«Bene» commentò Daniele, interrompendo la digitazione e cominciando a interrogarsi silenziosamente su cosa fargli fare.

«Devo ancora scaricarli», aggiunse l’altro, notando con apprensione la titubanza del giovane. «Non hai altro da farmi tagliare?»

Daniele scosse la testa con rassegnazione.

«Il resto è per il taglio laser.»

«Ma Aziz ha un sacco di piani di lavoro. Possibile che non c’è niente che si possa fare al plasma?»

Ancora un rassegnato no della testa del responsabile.

«C’ho già guardato» mentì Daniele «ci sono fori da fare molto precisi.»

«E allora dopo la sbavatura posso sistemare il magazzino?» chiese Filippo tradendo una certa implorazione nella voce, mentre il campanello dell’azienda trillava.

«Se non hai altro da fare…» rispose il responsabile mentre si alzava per aprire l’altra porta, che dava sull’esterno dell’edificio. Era Aziz di ritorno dalla pausa pranzo, munito di mascherina e visiera ma non di guanti.

Daniele prese il termoscan e misurò la febbre all’operaio marocchino.

«Oh!» fece perplesso e stupito. «Ma hai la febbre.»

«Eh, ma è raffreddore. Non c’è problema» cominciò a giustificarsi Aziz, sorridendo.

«Come non c’è problema?» polemizzò a voce alta Filippo, improvvisamente ricordatosi di aver lasciato la mascherina presso il taglio al plasma. «Non puoi entrare!»

«Non è coronavirus!» si difese Aziz.

«Ha ragione, non ti posso far entrare» rispose sconsolato il responsabile: l’idea di una chiusura aziendale per contagio lo terrorizzava.

«Ma devo finire i piani di oggi» tentava l’operaio ricattando con lo spettro della mancata consegna.

«Li posso finire io» ribatté pronto Filippo. «Tanto non ho altro da fare, oggi.»

Aziz protestò vivamente ma Daniele, angosciato dalla funesta visione di un annullamento dell’unica importante commessa che avevano in quel periodo, ritenne un buon compromesso la proposta di Filippo, sebbene questi fosse meno esperto nel taglio laser rispetto al marocchino: intimò ad Aziz di prendere i vestiti dallo spogliatoio e di andare a casa.

«Faccio scaricare il plasma ad Alberto», disse Daniele dopo aver chiuso la porta, mentre si dirigeva verso Filippo per andare negli spogliatoi a controllare che Aziz non contaminasse oggetti e superfici. «Tu mettiti subito al laser, ché se non consegniamo entro domani la roba di Fornaciari possiamo chiudere bottega.»

L’operaio, sollevato, si scostò subito dallo stipite e si diresse verso il quadro comandi del taglio plasma. Indossò la mascherina combattuto tra il timore per avere in azienda un potenziale contagiato da coronavirus e il sollievo di avere il lavoro assicurato. Se Aziz fosse rimasto in quarantena forzata a causa della positività non avrebbe sopportato ulteriormente di rimanere imprigionato a casa, angosciato dai prestiti.

Con grandi e rapide falcate raggiunse la macchina per il taglio laser, prendendo in mano il piano di lavoro stampato dall’ufficio e relativo alla lavorazione in corso. Mancava ancora qualche minuto al termine, così diede un’occhiata agli altri piani previsti per quella giornata e per il giorno successivo. Li sfogliò accuratamente per avere un’idea degli spessori e delle lamiere da impiegare, secondo l’ordine di urgenza e i tempi di esecuzione necessari, ponendo da parte quelli più lunghi per farli tagliare durante la notte. Il suo sguardo volò sui pacchi di lamiera che lì vicino occupavano il magazzino per decidere quali fogli movimentare per primi – gli venne in mente che aveva dimenticato i guanti da lavoro presso il plasma; e subito dopo, che aveva toccato strumentazioni, fogli e penna che aveva toccato anche Aziz: per scrupolo, andò a lavarsi per bene le mani con il sapone, come aveva appreso durante la quarantena dai tutorial sul web e la TV; poi le unse accuratamente con il gel disinfettante; infine andò a prendere i suoi guanti da lavoro.

Più tardi, si seppe che Aziz non era positivo al COVID19 – tutti tirarono un sospiro di sollievo – ma Daniele lo costrinse a prendersi tre giorni di malattia e Filippo riconquistò la serenità: il laser era suo, per almeno tre giorni.

Aziz rimase a casa una settimana intera, perché il raffreddore e la febbre si erano aggravati. In quel periodo, la tipica tosse secca di Filippo peggiorò, però lui non voleva considerare l’ipotesi del virus: si era abituato ai fumi e alle polveri del taglio al plasma ma quelli del laser erano differenti, avevano un sapore e un odore particolare, ci sarebbe voluto qualche altro giorno per assuefarsi anche ad essi. Ciò che gli importava era aver scongiurato la cassa integrazione ancora per un po’: stavano entrando ordini per il plasma e il suo “posto sicuro” era a stipendio pieno. Anche sua moglie aveva ripreso a lavorare, per fortuna. Pian piano avrebbero insieme lenito i loro problemi economici. Ancora qualche mese di lavoro continuo e avrebbero risanato il buco di bilancio familiare che li stava tanto angustiando.

Trascorsero altri sette giorni e Filippo morì.

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