Mirko Tondi - Brandelli di uno scrittore precario - 6 - Cominciare una storia

Mirko Tondi – Brandelli di uno scrittore precario – 6 – Cominciare una storia

Di tutti gli argomenti che ruotano attorno alla scrittura, l’incipit è forse uno dei più discussi. Come cominciare una storia con la massima efficacia? Come attrarre il lettore e fare in modo che si accomodi e continui a sfogliare le pagine? Giusto ricorrere alla tecnica (usando insomma qualche tipico espediente da scrittore) o farsi guidare dall’ispirazione del momento? Se diventa difficile rispondere a queste e ad altre domande sul tema al fine di dare suggerimenti per scrivere l’inizio perfetto (ammesso che ne esista uno), la cosa più semplice è prendere come esempio alcuni grandi incipit e analizzare caso per caso, imparando da chi prima di noi è riuscito a lasciare un segno fin dalle prime righe. Una piccola premessa, però: paragonare l’incipit al biglietto da visita dell’autore non è sbagliato, ma non sempre è vero; per libri diversi, infatti, quello stesso autore potrebbe decidere di utilizzare biglietti da visita diversi. Anche se la maggior parte degli scrittori rimane ancorato a uno stile preciso (spesso per esigenze commerciali), ce ne sono alcuni che amano sperimentare, giocando magari sulla scelta delle parole, sulla sintassi, sulla punteggiatura, sull’utilizzo del dialogo e su altri punti. C’è invece chi considera l’incipit come un’esca per il lettore, anche se questa definizione potrebbe rimandare a qualcosa di ingannevole. La definizione che preferisco è quella di Roberto Cotroneo, che nel suo Manuale di scrittura creativa dice «Scrivere un libro vuole dire innanzitutto sedurre il mondo […] L’incipit non è altro che un principio di seduzione».

Le possibilità in ogni caso sono molteplici, vediamone alcune. Un tempo si tendeva a partire molto da lontano, facendo descrizioni dettagliate che permettessero al lettore di acclimatarsi prima di entrare nel vivo della storia (non c’è bisogno, a questo proposito, che vi citi l’inizio dei Promessi sposi, quella specie di campo lunghissimo che pian piano si avvicina ai personaggi): prendete un romanzo russo dell’Ottocento e ve ne renderete conto. Certo, scrittori come Tolstoj e Dostoevskij riuscivano a distinguersi tra i loro contemporanei, creando interesse da subito: “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo” (le parole possono cambiare a seconda della traduzione, ma è inconfondibile l’inizio di Anna Karenina) e “Sono un uomo malato… Sono un uomo maligno. Non sono un uomo attraente. Credo che mi faccia male il fegato” (Memorie del sottosuolo) non sono forse due modi eccezionali di avviare una narrazione? La prima frase ha una potenza che si conserva fresca e intatta nonostante i secoli, la seconda ci proietta direttamente dentro l’universo introspettivo dell’autore.

A Melville invece bastarono solo due parole per farci capire quanto Moby dick non fosse un libro come gli altri: “Chiamatemi Ismaele”. In quelle due parole ci sono riflessioni sull’identità del personaggio e una citazione biblica, non è poco. E poi, non tutti lo sanno, anche un omaggio: quattordici anni prima, infatti, l’amico Hawthorne aveva così approcciato il suo Wakefield (a oggi, uno dei racconti più belli che abbia mai letto): “Mi ricordo di una storia, raccontata come vera da qualche rivista o giornale che si fosse: di un uomo – chiamiamolo Wakefield – che si assentò per un lungo periodo dalla propria moglie”.

Volete tagliare inutili preamboli e andare dritti al punto? Prendete allora gente coma Kafka e Hemingway, che rispettivamente con “Una mattina, svegliandosi da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò nel suo letto trasformato in un insetto mostruoso” (La metamorfosi) e “Poi veniva la brutta stagione” (Festa mobile) ci hanno regalato due geniali incipit in medias res (nel mezzo delle cose). Sulla stessa lunghezza d’onda, Antonio Moresco quando scrive “Io invece mi trovavo a mio agio in quel silenzio” (Gli esordi). Che importa sapere cosa è venuto prima?

Il grande Gatsby vi introduce subito nella dimensione del ricordo con parole molto semplici: “Negli anni più vulnerabili della giovinezza, mio padre mi diede un consiglio che non mi è mai più uscito di mente. «Quando ti viene voglia di criticare qualcuno» mi disse, «ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu»”. La lettura completa dei sette volumi di Alla ricerca del tempo perduto metterà sicuramente a dura prova chi tenti di portarla a termine, ma non si può negare che “Per molto tempo, sono andato a letto presto” sia davvero incisivo come inizio (omaggiato, peraltro, da Sergio Leone in C’era una volta in America, con la celebre battuta di Noodles). Rimaniamo un attimo in Francia e citiamo un incipit di Camus che esprime la particolare condizione emotiva del protagonista del suo primo romanzo: “Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so” (Lo straniero).

Le prime righe possono anche dare l’idea di un linguaggio inventato ad hoc dall’autore. Mi vengono in mente, prima di tutti gli altri, alcuni nomi. Céline, che in Viaggio al termine della notte, fregandosene di ogni regola, partiva in questo modo: “È cominciata così. Io, avevo mai detto niente. Niente”; Salinger, che con Il giovane Holden rompeva ogni schema e ci presentava un personaggio destinato a fare da modello a mille altri nei decenni a venire: “Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne”; e poi Burgess, che in Arancia meccanica spiazzava tutti partendo con una domanda, che tra l’altro fa da apertura alle tre diverse parti del libro: “Allora che si fa, eh?”. Da una domanda parte pure il recentemente scomparso Philip Roth (ci mancherai, Philip…), e di preciso in Zuckerman scatenato: “Cosa diavolo ci fa lei su un autobus, con tutta la grana che ha?” Per gli americani il discorso sarebbe davvero lungo, per cui sorvolo sul citazionismo sfrenato di Bret Easton Ellis in American psycho, sulle cervellotiche “raffiche di entropia” di Franzen (Le correzioni) e sui lunghi elenchi di DeLillo in Rumore bianco, mentre per quest’ultimo mi soffermo sulla frase che dà avvio a Body art: “Il tempo sembra passare. Il mondo accade, gli attimi si svolgono, e tu ti fermi a guardare un ragno attaccato alla ragnatela”. Già di per sé, questa frase contiene un romanzo. E poi Vonnegut, che instilla il dubbio nel lettore con strategia: “È tutto accaduto, più o meno. Le parti sulla guerra, in ogni caso, sono abbastanza vere” (Mattatoio n° 5).

Annoverato tra gli incipit più originali non poteva mancare Calvino, che in Se una notte d’inverno un viaggiatore si rivolge direttamente al lettore: “Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni pensiero”. Ma tra gli inizi di romanzo più memorabili, a mio giudizio, si colloca di diritto L’informazione di Martin Amis, e qui, senza considerare problemi di economia, non posso fare a meno di riportare per intero la prima mezza pagina del romanzo. Prendetevi un minuto di tempo per leggerla e assaporarla.

“Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono Niente. Non è niente. Solo un sogno triste. O qualcosa del genere. Passa rasente sulla nave del pianto, con i radar delle lacrime e le sonde dei singhiozzi, e li scoprirai. Le donne – e possono essere amanti, muse macilente, pingui nutrici, ossessioni, divoratrici, ex, nemesi – si svegliano, si girano verso questi uomini e domandano, con femminile bisogno di sapere: «Che cosa c’è?»

E gli uomini dicono: «Niente. No, non è niente davvero. Solo un sogno triste.»

Solo un sogno triste. Ma certo. Solo un sogno triste. O qualcosa del genere.

Richard Tull stava piangendo nel sonno. La donna di fianco a lui, sua moglie Gina, si svegliò e si girò. Gli strisciò accanto e gli posò le mani sulle spalle bianche e contratte. Sapeva sbattere le palpebre e corrugare la fronte e bisbigliare da vera professionista: come la persona addestrata a prestare le prime cure in piscina; come la figura che si fa avanti sull’asfalto imbrattato di sangue, deambulante Cristo della respirazione bocca a bocca. Gina era una donna. Conosceva le lacrime molto meglio di lui. Non conosceva né gli juvenilia di Swift, né i senilia di Wordsworth, né i diversi destini di Cressida nelle mani di Boccaccio, di Chaucer, di Robert Henryson, di Shakespeare. Non conosceva Proust. Ma conosceva le lacrime. Gina era la regina delle lacrime.

«Che cosa c’è?» disse.

Richard si portò un braccio piegato alla fronte. Tirò su con il naso in maniera complicata, orchestrale. E quando sospirò, nei suoi polmoni si sentì un lontano volo di gabbiani.

«Niente. Non è niente. Solo un sogno triste.»

O qualcosa del genere.

Dopo un po’ anche Gina sospirò e si girò dall’altra parte, scostandosi da lui.

Di notte il letto sapeva di asciugamani sporchi, l’odore del matrimonio.”

Strepitoso. Elenchi, incisi, ripetizioni, aggettivi che fanno la differenza (fate caso a quell’“orchestrale”, per esempio), le voci dei personaggi che si fondono a quella del narratore, similitudini e metafore che lasciano immagini di forte impatto, una frase a chiudere che è una sentenza. E tutto gira attorno al tema pregnante del matrimonio e del fallimento del matrimonio. Forse Amis si compiace un po’ della sua scrittura, d’accordo, ma questa mezza pagina dimostra che è in uno stato di grazia. Faccia quello che vuole, dunque.

Abbiamo visto una serie di modi per cominciare le storie: dai passaggi descrittivi al pieno dell’azione, dal generale al dettaglio, dalla voce del narratore a quella del personaggio. L’incipit ci dà senz’altro un’idea del vocabolario usato dall’autore, della scelta dei tempi verbali e di solito anche del punto di vista adottato. Spesso contiene le premesse a ciò che andremo a leggere. Ma se l’incipit di un romanzo una volta poteva servire anche per creare attesa, è vero che oggi le regole sono molto cambiate. Soprattutto in ottica commerciale, si tende a consigliare di scrivere un inizio che sia in grado di catturare l’attenzione del lettore, per cui spesso può essere frutto di un lavoro studiato a tavolino; le prime pagine, del resto, sono quelle in cui si decide un eventuale abbandono da parte di lettori che ricerchino un coinvolgimento nella storia sin da subito. Le persone possono essere strane, si sa; e molte sono a caccia di stimoli, ragionano sulla velocità anziché sulla densità. Io non mi alzerei mai dopo dieci minuti di film per uscire dalla sala cinematografica, ma vi posso assicuro che più di una volta mi è successo di assistere a questa scena.

In un racconto breve, a maggior ragione, l’inizio dovrà colpire. Come dice Cortazar in Alcuni aspetti del racconto, un saggio fondamentale in coda a Bestiario, “Il romanzo vince sempre ai punti, mentre il racconto deve vincere per ko.”

Voglio concludere suggerendo di non attribuire comunque all’incipit una responsabilità esagerata delegandogli interamente la fortuna del vostro scritto, poiché esistono pur sempre le eccezioni. Qualche volta ci sono incipit straordinari che sono solo il preludio a romanzi ordinari. Qualche altra invece il contrario. Quello di Orwell in 1984, se vogliamo citarne uno, non si può affatto considerare un inizio folgorante, anzi un semplice incipit ambientale scritto con parole comuni: “Era una luminosa e fredda giornata d’aprile, e gli orologi battevano tredici colpi”. Eppure il resto del romanzo è tutt’altro che comune.

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