Vincenzo Trama – “Tante piccole cose” di Stefano Etzi

Stefano Etzi

Tante piccole cose

Dalia Edizioni – pag. 264 – Euro 15

link diretto al libro

Ancora una volta Dalia, casa editrice di Terni, pesca bene dal mazzo del Premio Calvino: è successo con il libro d’esordio di Nicola Nucci, Trovami un modo semplice per uscirne, e si ripete con Tante piccole cose di Stefano Etzi, cagliaritano classe 1982. Per noi, piccini picciò dell’editoria, vedere una realtà come quella di Dalia che punta forte sulla narrativa italiana contemporanea, in particolar modo esordiente, è motivo d’orgoglio e stimolo a gonfiare i polmoni per diffondere, per quanto possiamo, la voce coraggiosa di chi cerca ancora di proporre cultura oltre la grande filiera della macrodistibuzione.

E in più diciamocelo chiaro: Tante piccole cose è una cazzo di bomba a mano. Raramente ho letto un esordio tanto convincente quanto quello di Stefano Etzi. La sua non è prosa, ma bisturi; seziona la pagina con la stessa abilità con cui un chirurgo plastico stravolge i connotati del paziente di turno. Solo che noi detoniamo, sbriciolandoci assieme alle nostre borghesi convenzioni di presunta normalità.

Davide Masala, il protagonista di questa storia, l’abbiamo conosciuto un po’ tutti. Così comune da non poterci sfiorare l’idea di averne avuto accanto uno, o forse di esserlo stati noi stessi, o magari di esserlo tutt’ora. Schiacciato da un’esistenza progressivamente sempre più spersonalizzante, giunge a massacrare moglie e suoceri, senza rimorsi né sensi di colpa. Il libro si dipana in questa cronistoria alternando due voci narranti: quella dello stesso Masala, che dal carcere parla di sé con lucidità spiazzante, e quella delle persone che con il Masala hanno avuto a che fare, in una sorta di Spoon River dove però sono i vivi stavolta a parlare ai morti.

La bravura di Etzi sta proprio nel sapere gestire le diverse parti in causa che di volta in volta forniscono dettagli sulla vita e sul tragico gesto del Masala: il vicino, il vecchio compagno di scuola, la prostituta. Ognuno fornisce il proprio personale tassello ed Etzi gli presta voce con una credibilità davvero notevole. Il risultato è straniante e disturbante: siamo in presenza della fragilità umana nella sua prospettiva più desolante, quella della solitudine più cruda, reale, palpabile, che tutti noi abbiamo saggiato almeno una volta nella vita. Ed Etzi ce la amplifica mille volte, mettendoci davanti ad uno specchio deformante che ci induce a guardare dall’altra parte, come tutti infatti hanno fatto con Davide Masala.

Il disagio di Tante piccole cose mi ha ricordato per molti versi quello di Come Dio comanda di Ammaniti. Anche nel suo libro il paesaggio – la scenografia, lo sfondo – ha un ruolo da protagonista. Per quanto lontani geograficamente – uno il nord est l’altro l’isola sarda – entrambi mettono a nudo la povertà umana dei suoi abitanti, esponendo agli occhi dei lettori un’arretratezza culturale e sociale che facciamo solo finta di non vedere. Le nostre province sono gravide di indifferenza ed è un bel controsenso se si pensa a quanto i social cerchino di dissimulare una distanza umana che mai come in questi anni si è acuita, portandoci sempre più spesso a chiuderci in gusci che avvantaggiano solo tiranni e despoti, che proprio dall’isolamento traggono forza per perpetrare violenze travestite da Barbare D’Urso.

Tante piccole cose offre spunti di riflessione, lasciandosi leggere con gusto, anche se amaro. Ma a noi i negroni piacciono, specie se belli carichi. E questo è benzina, fidatevi.

Vincenzo Trama

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