Gianfranco Vanagolli – PER GLI OTTANT’ANNI DELLA NASCITA DI “INVENTARIO”. APPUNTI SUGLI ESORDI E SULL’AFFERMAZIONE DI UNA RIVISTA INTERNAZIONALE (1946 – 1950)

Tra le riviste letterarie che fiorirono nel secondo dopoguerra in Italia ebbe un particolare risalto “Inventario”.

Ne fu convinto ideatore Luigi Berti, elbano di Rio Marina, che condivise l’avventura con l’amico Renato Poggioli. Il loro sodalizio risaliva alla metà degli anni Trenta ed aveva avuto come cornice la Firenze di “Frontespizio”, di “Solaria”, del “Bargello”, di “Campo di Marte”, dell’“Universale”, tutte testate cui il regime fascista concedeva a intermittenza spazi di relativa autonomia e alle quali oggi possiamo accostarci per avere un’idea del confronto che, banalizzato nella formula “Strapaese” o “Stracittà”, colse fermenti complessi, vivi nel mondo della cultura e dell’arte entro e fuori i confini nazionali. Il tempio del confronto era stato il Caffè “Giubbe Rosse”, nel quale si erano dati convegno, tra gli altri, già famosi o prossimi a diventarlo, Eugenio Montale, Elio Vittorini, Piero Bargellini, Ardengo Soffici, Aldo Palazzeschi, Tommaso Landolfi, Alfonso Gatto, Vasco Pratolini, Mario Luzi, Ottone Rosai, Primo Conti. Dal canto loro, Berti e Poggioli avevano contribuito ad alimentarvi l’interesse rispettivamente per la produzione letteraria negli Stati Uniti e nel mondo slavo. Berti aveva tradotto autori quali Melville, Poe, Twain, Eliot, O’Neill, sviluppando nel contempo un’importante attività critica, dapprima allineata sulle posizioni del maestro Emilio Cecchi e poi sempre più originale, di cui sono significativa testimonianza i volumi Boccaporto e Boccaporto secondo, editi l’uno nel 1940 e l’altro nel 1944, nei quali spiccano i saggi su Richard Hovey, Charles Lamb, Alfred Housman, Marianne Moore e sulla poesia afroamericana, affiancati a un’acuta indagine a se stante sull’Imagismo. “Inventario” rappresentò, con “Il Politecnico” e “La Fiera Letteraria”, uno dei primi passi della nostra intellighenzia nella nuova realtà creatasi con il crollo del fascismo. Il suo esordio, nella primavera del 1946, in quella Firenze che tante importanti riviste aveva nutrito, fu autorevole. Essa ebbe due redazioni, una italiana, gestita da Berti, e una statunitense, affidata a Poggioli, che dalla Polonia, dove aveva insegnato letterature comparate nelle università di Wilnius e di Praga, si era trasferito in America, a Providence, per entrare nell’organico, di volta in volta, della Brown University, della Minnesota University e della Harvard University. Ne costituivano il comitato di redazione Thomas S. Eliot, Harry Levin, Henri Peyre, Vladimir Nabokov, Herbert Steiner, Pedro Salinas, Manfred Kridl e Giuseppe Ungaretti, referenti, nell’ordine, per la letteratura inglese, americana, francese, russa, tedesca, spagnola, polacca e italiana. I contenuti proposti – ci limitiamo a ricordare qui le riflessioni di Ungaretti sulla poesia di Paul Valery – suscitarono dovunque un’ampia eco e consensi unanimi. Così si espressero, ad esempio, José Lopez Rey: “Creo que Inventario harà un gran bien en Italia, y que harà respetar en el resto del mundo”; Henri Peyre: “Cette revue augure bien de la renaissance littéraire de l’Italie et elle est dans la bonne tradition: cosmopolite, critique, moraliste” e Theodore Spencer: “You have made an admirable start, and I congratulate you”. A Firenze come a Providence si preferì stabilire una distanza con il quadro della politica militante che tendeva ad abbracciare ogni manifestazione pubblica. Ciò fu rilevato come un fatto positivo da alcuni – “Me alegra mucho que haya pocos articulos – uno tan solo – estrictamente politicos”, scriveva Rey – ma come un limite da altri. In ogni caso, le riserve furono superate dai riconoscimenti, talora perentori, come quello formulato da Levin: “I only wish we had a magazine in this country that functioned on so high a plane”. Si trattò di un risultato dovuto ad un impegno assiduo e faticoso, ostacolato da difficoltà logistiche – il traffico postale con gli Stati Uniti, ripristinato ufficialmente alla fine del 1945, mostrava ancora delle difficoltà tali per cui un corrispondente di Berti “impiegato in un Comando Alleato” si offriva di effettuare per suo conto una spedizione “tramite la Posta Militare inglese o americana” – ma soprattutto organizzative, dovute alle ridotte dimensioni della casa editrice, la Parenti, che consigliarono un nuovo approdo. Esso si concretizzò nell’Istituto Editoriale Italiano, con sede a Milano, dove Berti si trasferì nel 1948, grazie all’amico Mario Ghisalberti, assunto dalla Mondadori come capo redattore di “Selezione dal Reader’s Digest”. La stagione accesa di passione politica vide Poggioli entrare in forte contrasto con il Partito Comunista, allora di stretta osservanza staliniana, che giudicò negativamente, tramite il suo responsabile culturale, Vittorio Sereni, un suo lavoro, Il fiore del verso russo, ritenendolo animato da sentimenti antisovietici. La querelle, di poco successiva a quella che aveva visto contrapposti il partito di Palmiro Togliatti e “Il Politecnico” di Vittorini, costretto a cessare le pubblicazioni nel dicembre del ’47, fu forse l’occasione per colorare “Inventario” più di quanto non fosse già dell’aura mazziniana che lo ispirava fin dalla nascita e di un europeismo richiamato nel nome prestigioso di Valery. La sua immagine, comunque, non ne fu scalfita e col tempo vi si rivolsero, quali membri del comitato di redazione, Allen Tate, Robert Lowell, Robert Penn Warren, e come collaboratori Pablo Neruda, Antonio Machado, Dylan Thomas, Salvatore Quasimodo, Raffaele La Capria, Domenico Porzio, Achille Compagnone, Andrea Camilleri, mentre fiorivano i contatti con importanti riviste, tra cui la oxfordiana “Mandrake”, “Adam”, “The Sewanee Review”, università e istituti di cultura. Essa si avvalse anche di due giovani conterranei di Berti, Oreste Del Buono e Raffaello Brignetti. Il primo, critico ad ampio spettro, ne fu anche segretario di redazione e, come tale, frequentò quotidianamente Berti, dovendone subire il carattere umbratile e il costume accentratore, ma anche godendo dei suoi preziosi insegnamenti. Il secondo, recente vincitore del Premio Taranto, vi esordì con un racconto, La notte obliqua, che allargò la schiera dei suoi estimatori. La rivista, da sempre aperta alla voce dei poeti – tra il ’46 e il ’47 aveva pubblicato Quaderno gotico di Luzi e La primavera hitleriana di Montale – tra il ’49 e il ’50, nuovamente nelle librerie dopo una pausa tecnica durata per l’intero 1948, fece uscire In countrysleep e Un sabato afoso di Thomas, nonché tre liriche dello stesso Berti, Isola e deserto, Diario di settembre e Il lago rosso. Quasi un’unica silloge, per avere nel suo retroterra un sodalizio maturato tra i due, nel ’47, tra Firenze e l’Elba, pur tuttavia segnata da fisionomie stilistiche felicemente non sovrapponibili. Dal canto suo, Poggioli, da Harvard, proseguiva nella proposta delle sue raffinate escursioni critiche, da una Teoria dell’Arte dell’Avanguardia a un Saggio sul pensiero e sull’opera di VasilijRozanov a un’indagine sulla Poetica storica del romanzo. Il cammino di “Inventario”, così ben iniziato, sarebbe continuato talora in tono minore, ma senza mai abdicare all’originaria dignità, fino al 1963, anno della morte in un incidente stradale di Poggioli, per concludersi un anno dopo, nel 1964, a causa dell’improvvisa scomparsa di Berti.

Gianfranco Vanagolli