Gordiano Lupi – “La zona cieca” – Chiara Gamberale

Chiara Gamberale e la sua zona cieca

La zona cieca era già uscito per Bompiani nel 2008 e aveva vinto addirittura il Premio Selezione Campiello. Nel 2017 lo ristampa Feltrinelli, nel frattempo diventata casa editrice di Chiara Gamberale, romana del 1977, autrice di un sacco di romanzi che per il futuro mi guarderò bene dal comprare, persino dallo sfogliare, non fosse mai. Qualcosa non mi torna, ma da tempo ci sono abituato. La parte scritta meglio di questo inutile romanzo è la quarta di copertina che mette voglia di cominciare subito a leggere, solo che quando le pagine sui susseguono, quando arrivi a pagina ottanta ti chiedi chi te l’ha fatto fare e vorresti farlo a pezzettini grandi quanto un francobollo questo fascio di carta uso mano. Walter Siti scrive una postfazione inquietante. Ma lo avrà letto davvero questo romanzo? Lui ci parla di due chiaregambereali, una che sforna libri leggeri come panini croccanti, firma rubriche giornalistiche e radiofoniche, nel tempo libero organizza presentazioni festose, ma ci ricorda che ce n’è un’altra, autrice di letteratura pesante, di quella che fa venire l’ansia, una che indaga sulle ferite della vita. Walter, non te la prendi mica se ti dico che io ho trovata una terza Chiara in questo libro dallo stile involuto e per niente letterario, una che ti spinge a guardare serie su Netflix a tutto spiano dopo aver dato fuoco al libro che tieni in mano, ma non lo fai solo perché i camini non ci sono più e in casa si fa troppo sporco. La zona cieca è un romanzo infarcito di dialoghi, e-mail, telefonate, dirette radio, periodi cortissimi e ributtanti (la cacca quando non viene, è solo un esempio), parti lunghissime e poco accattivanti. La terza Chiara che ho scoperto per caso parla come un Harmony, ma sa fare di peggio, a volte parla per luoghi comuni come quando ci spiega che due persone, una volta finito l’amore, inteso come rincoglionimento, tornano a essere due estranei e ognuno si fa i cazzi suoi, ergo sarebbe meglio non innamorarsi, se tanto deve finire in questo modo. Chiara Gamberale ci racconta una storia d’amore tra due persone che si conoscono un 29 febbraio al Luna Park, anche se sono molto diversi, due mondi inconciliabili. Lida conduce una trasmissione radiofonica per sfigati e ogni tanto ce la mena con i suoi casi da psicologo per tutti stile Lucy dei Peanuts sempre disponibile verso chi chiede consigli d’amore. Lorenzo è (guarda caso!) uno scrittore che vive prendendo per il culo il prossimo, soprattutto le donne che stanno insieme a lui e che lo sopportano. Lida ha un bisogno tale di sentirsi amata che apre la sua zona cieca (niente a che vedere con la zona morta di King, altra roba!) e ci fa entrare Lorenzo, che ha paura di amare, ma per contrasto diventa vulnerabile. Scritto così sembrerebbe una roba seria, ma vi garantisco che non lo è per niente, solo letteratura italiana contemporanea, una cosa da evitare, un ammasso informe di cattiva scrittura e frasi fatte, un libro inutile come la sua autrice. Alla fine della messa ho capito che simili libri hanno un solo tipo di lettore, quello che non legge ma si limita a comprare un romanzo (per posa intellettuale, per moda, per fare un regalo simpatico …) come se fosse un oggetto. Triste fine della letteratura italiana contemporanea, lontana anni luce dalla sua vera e ormai dimenticata funzione.

Gordiano Lupi

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