Luca Palmarini - Lo strano caso non letterario della città di Brno

Luca Palmarini – Lo strano caso non letterario della città di Brno

Brno, capitale storica della Moravia, al contrario di Praga (Angelo Maria Ripellino) o di Pietroburgo (Ettore Lo Gatto), non è proprio quella che potremmo definire una città letteraria. Eppure su di me questo centro urbano esercita un certo fascino, mi fa riflettere sui suoi trascorsi austro-ungarici. Allora, pensando alla Mitteleuropa e ho provato a cercare le tracce della presenza di qualche importante letterato e ho provato a costruire una piccola passeggiata letteraria.

Brno ha incontrato o visto nascere scrittori di grande fama, ma per un strano capriccio del destino il loro rapporto con la città non è stato dei migliori. Mi immagino, dunque, un viaggio a ritroso nel tempo in cui incontro alcuni protagonisti del panorama letterario che con Brno hanno avuto a che fare scrittori che in questo luogo hanno lasciato un briciolo della loro anima; mi appaiono per pochi minuti per raccontarmi qualcosa,  permettendomi così di creare un percorso letterario brunense tutto mio.

I palazzi oggi ben curati del centro mi riportano agli anni dell’impero. Vedo Brno come una città di militari, operai e imprenditori che in questa Manchester austro-ungarica si affannano per le vie del centro, recandosi al lavoro a piedi o, chi può, in carrozza.

Mi trovo ora in via Jaselskà, la vedo com’era cent’anni fa; da una palazzina esce un ragazzo ben curato nell’aspetto con simpatici baffetti e un’espressione mite. È Robert Musil, scrittore di romanzi e saggista austriaco. Mi racconta che la sua famiglia si era trasferita qui nel 1891; il padre Alfred era professore all’università tecnica. Nel 1898 si trasferì qui anche Robert che prima aveva studiato a Vienna. Vi rimase due anni, frequentando i corsi nella stessa università del padre. I suoi trascorsi in una città con un aspetto severo e industriale, seppur brevi, sono altresì interessanti. Musil si dimostrò un ragazzo attivo, proprio a Brno trovò i primi amori e fece parte di un circolo letterario. Alcune delle persone che vi conobbe lo vrebbero ispirato nella stesura di Zio Tonka e del suo Opus magnum, L’uomo senza qualità.

Il mondo germanico era allora molto grande. Robert mi racconta che dopo aver conseguito il titolo di ingegnere nella capitale morava se ne andò in Germania, prima a Stoccarda e poi a Berlino, per lavorare nelle rispettive università. Sarebbe tornato spesso a Brno, ma solo per fare visita ai suoi genitori.

Insieme a Flaubert, Musil viene considerato “il moderno cantore della stupidità umana” e con L’uomo senza qualità (1) ci lascia una pietra miliare della letteratura mondiale. Di sicuro quel mondo austro-ungarico, allora sull’orlo del collasso, è stato fondamentale per il concepimento di un’opera colma di futuro come L’uomo senza qualità. In quel momento un intero continente, spettro di quello splendore dei secoli passati, sembrava aver perso la propria identità.  Proprio in questa cornice storica si inserisce questo capolavoro del Decadentismo che sembra non voler scrivere di nulla: viene presentata una serie di personaggi e di seguito i loro pensieri che ci invitano a riflettere sulle riflessioni. Viene raffigurato, dunque, l’uomo moderno, la cui mancanza di interpretazione lascia aperta ogni immaginabile conclusione sul senso che la vita può avere. L’opera è dunque così filosofeggiante che evita di darci risposte, proponendosi invece a volte ludica e sperimentale. La società germanica (tedesca e austriaca) viene magistralmente descritta come allora si presentava veramente e cioè vuota. Questo vuoto, però, coinvolge anche la struttura della narrazione, svuotata, appunto, da lunghe digressioni che il lettore deve interpretare come una parodia. Sono presenti descrizioni della vita quotidiana durante il periodo della Grande Guerra la quale, oltre a prendersi milioni di anime, spazzerà via anche l’impero austro-ungarico, qui ironicamente chiamato Cacania. Lo scopo è quello di alimentare le domande sull’esistenza umana. Ecco un frammento dell’opera in cui si descrive la città dell’impero:

Nell’età in cui sarti e barbieri han­no ancora un’enorme importanza e ci si guarda con piacere allo spec­chio, s’immagina anche sovente un luogo dove si vorrebbe passare la vita, o almeno un luogo dove sa­rebbe di stile vivere, pur sentendo magari che non ci si starebbe vo­lentieri. Così da tempo si è giunti necessariamente al concetto di una specie di città super-americana, dove tutti corrono o s’arrestano col cronometro in mano. Aria e terra costituiscono un formicaio, attra­versato dai vari piani delle strade di comunicazione. Treni aerei, tre­ni sulla terra, treni sotto terra, po­sta pneumatica, catene di automo­bili sfrecciano orizzontalmente, ascensori velocissimi pompano in senso verticale masse di uomini dall’uno all’altro piano di traffico; nei punti di congiunzione si salta da un mezzo di trasporto all’altro, e il loro ritmo che tra due velocità lanciate e rombanti ha una pausa, una sincope, una piccola fessura di venti secondi, succhia e inghiotte senza considerazione la gente, che negli intervalli di quel ritmo uni­versale riesce appena a scambiare in fretta due parole. Domande e ri­sposte ingranano come i pezzi di una macchina, ogni individuo ha soltanto compiti precisi, le profes­sioni sono raggruppate in luoghi determinati, si mangia mentre si è in moto, i divertimenti sono radu­nati in altre zone della città, e in al­tre ancora sorgono le torri che con­tengono moglie, famiglia, gram­mofono e anima.

Robert ha finito il tempo a disposizione, si toglie il cappello in segno di saluto, si congeda e se ne va, lasciandomi alla contemplazione del senso della vita.

Camminando per le vie di Brno a volte sento nella mia testa una musica, una melodia classica che mi accompagna nei miei passi. Gli edifici dove si insegna musica si stagliano maestosi nella città antica, quasi a volere ricordare che la corte di Vienna non era poi così lontana. In fondo, qui nella provincia dell’Austria felix ormai vicina al tramonto lavorò il compositore Leoš Janáček. Il Conservatorio nel quartiere di Černá Pole mi ricorda che qui dopo la nascita della Cecoslovacchia insegnava un allievo di Janáček, Ludvik Kundera, fondatore e direttore dell’Accademia Musicale di Brno, la JAMU, ma anche famoso pianista. Molti di voi hanno già compreso che non si tratta solo di un famoso musicista ceco, ma anche del padre di Milan Kundera, l’autore de L’insostenibile leggerezza dell’essere. Fin da bambino Milan studiò musica e questa passione trasmessagli dal padre si ritroverà spesso nelle sue opere letterarie.

Il rapporto di Kundera con la sua patria è stato da sempre molto complesso: nacque nel 1929, ebbe quindi modo di vivere la První republika, (la Prima repubblica Cecoslovacca) soltanto 9 anni; era dunque troppo giovane per comprenderla pienamente, ma dalle sue convinzioni, come quelle di migliaia di giovani in quel periodo, sembra affiorare una delusione verso la debolezza delle autorità che, dopo la conferenza di Monaco del 1938, consegnarono il paese al III Reich senza colpo ferire. L’esperienza dell’occupazione, dell’Olocausto, ma anche dell’espulsione dei tedeschi dalla Cecoslovacchia (a Brno abitavano sia ebrei che tedeschi) (2), fecero crescere  in molti giovani idee di sinistra e una certa diffidenza nell’Occidente che aveva tradito la democrazia cecoslovacca. Milan pubblicò le prime poesie ancora durante l’età adolescenziale. Un omonimo del padre, Ludvík Kundera, cugino di Milan, poeta eclettico appartenuto alla corrente surrealista del RA, esperto in dadaismo lo convinse a darsi alla scrittura. Per Milan Brno diventò una città troppo piccola, priva ormai di due delle tre comunità che la componevano nel periodo anteguerra. Il destino lo porterà dunque a Praga, per poi, dopo la critica all’ideologia comunista e la reazione del regime, trasferirsi in Francia.

Durante la sua vecchiaia Milan si riappacificò con la Cechia. Nel 2009 la città di Brno lo dichiarò cittadino onorario. Come era logico aspettarsi sono nate delle speculazioni a riguardo, ma nonostante il rapporto complicato con lo Stato cecoslovacco Kundera amava la sua Moravia, la sua patria.

Incontro Milan davanti all’Accademia. Mi osserva con uno sguardo divertito, mi rivolge la parola. Non vuole raccontarmi de L’insostenibile leggerezza dell’essere, preferisce parlarmi de Lo scherzo. Si tratta dell’opera che lo rivelato al mondo e in cui si espone “quel dono di unire la rabbia e il gioco, l’odio e la tenerezza, la solidità e il capriccio, la disperazione e la melodia, il nichilismo e il sogno…”(3). Kundera sa unire abilmente questi punti, ma soprattutto sa unire gli eventi. Nel libro, infatti, sono narrate due storie che rappresentano due punti opposti dell’amore: Lucie, che incarna una dolcezza misteriosa, e Ludvik, che cerca di scaricare le sue repressioni sul corpo di una donna. Questi estremi si soffermano a guardarsi, conoscersi, finendo per apparternersi, ma non riuscendo a sviluppare la comunicazione. L’opera raggiunge la sua aulica bellezza nell’oblio: il ruolo della riparazione, sia per quanto riguarda la vendetta che per il perdono, sarà appunto assunto dall’oblio. Nessuno si impegnerà a porre rimedio alle ingiustizie commesse, queste ultime saranno semplicemente dimenticate.

Un capolavoro della letteratura europea e mondiale, scritto in lingua ceca, in cui si percepisce un forte sentimento per la Moravia, la sua Moravia. Kundera mi saluta e lentamente svanisce davanti ai miei occhi per lasciare spazio alle mie considerazioni sulle sue opere. Penso anche alla tragicità del regime comunista che annullava le singole volontà umane e la libertà individuale.

Continuo ad aggirarmi nel cuore di Brno. All’angolo della Masarykova e della Jánská si trova il palazzo “U červeného raka”. Quell’aragosta che campeggia sull’ingresso di una delle farmacie più antiche della città mi invoglia a immaginare che qui da bambino si sia fermato ad ammirarla anche Bogumil Hrabal che abitò a Brno nei sui primi anni di vita.

La prosa di questo grande scrittore ceco è fortemente radicata nella quotidianità, una quotidianità creata da fatti universali, composta di sogni personali resi pubblici che fanno da protagonisti nella loro semplice esistenza.

La cittadina dove il tempo si è fermato (4) è un omaggio al luogo dove la famiglia di Hrabal si era trasferita da Brno, Nymburk. I fatti che si susseguono, apparentemente senza un’importanza particolare, come p.e. il lavoro giornaliero nella locale fabbrica di birra e il degrado morale a cui vengono sottoposti i protagonisti dalla nazionalizzazione imposta dal regime, incredibili, quasi mitici. Sono fatti che prendono una piega particolare,  grazie alle parole forgiate dal fabbro Hrabal. Anche per lui Brno è ormai un lontano ricordo, lo scrittore troverà ispirazione in un luogo differente. Un altro dei suoi figli ha dunque lasciato la città. Sembra quasi essere una maledizione.

Salgo lentamente verso la sommità della collina per raggiungere quella fortezza che tutti conoscono, il cui nome mi riporta a lontane reminiscenze scolastiche: lo Spielberg. Senza dubbio questo tetro edificio militare contribuisce non poco all’aspetto severo della città, ma il suo nome a noi suona lugubre riportandoci immediatamente all’opera Le mie prigioni di Silvio Pellico. Il libro descrive con forte realismo l’asprezza di questo carcere austriaco (lo scrisse una volta liberato). Il suo intento è quello di “contribuire a confortare qualche infelice coll’esponimento de’ miei mali che patii e delle consolazioni ch’esperimentai essere conseguibili nelle somme sventure”. L’autore intende offrire come esempio le consolazioni, la forte fede cristiana da lui provata che gli consentiva di superare i momenti più difficili vissuti in carcere. Riguardo a Brno Pellico scrisse:

La città di Brünn è capitale della Moravia, ed ivi risiede il governatore delle due provincie di Moravia e Slesia. È situata in una valle ridente, ed ha un certo aspetto di ricchezza. Molte manifatture di panni prosperavano ivi allora, le quali poscia decaddero; la popolazione era di circa 30 mila anime. Accosto alle sue mura, a ponente, s’alza un monticello, e sovr’esso siede l’infausta rocca di Spielberg, altre volte reggia de’ signori di Moravia, oggi il più severo ergastolo della monarchia austriaca. Era cittadella assai forte, ma i Francesi la bombardarono e presero a’ tempi della famosa battaglia d’Austerlitz (il villaggio d’Austerlitz è a poca distanza). Non fu più ristaurata da poter servire di fortezza, ma si rifece una parte della cinta, ch’era diroccata. Circa trecento condannati, per lo più ladri ed assassini, sono ivi custoditi, quali a carcere duro, quali a durissimo.

Nonostante il pessimismo nelle parole – “infausta rocca”, “severo ergastolo”, “carcere duro” – la fede gli permette di trovare consolazione in alcuni semplici piaceri che Iddio gli offre. Uno di essi è proprio quello di possedere una cella con una finestra che, sebbene angusta, gli permetteva di vedere un frammento della città.

Nella stanza che mi diedero penetrava alquanto di luce; ed arrampicandomi alle sbarre dell’angusto finestruolo io vedeva la sottoposta valle, un pezzo della città di Brünn, un sobborgo con molti orticelli, il cimitero, il laghetto della Certosa, ed i selvosi colli che ci divideano da’ famosi campi d’Austerlitz. Quella vista m’incantava. Oh quanto sarei stato lieto, se avessi potuto dividerla con Maroncelli!

Pellico riesce a provare gioia in un semplice dono del destino e il suo primo pensiero fu il desiderio di dividere la sua piccola felicità con l’amico Maroncelli, anch’egli rinchiuso in quel luogo terribile, ma in un’altra cella da cui non vedeva praticamente nulla. Come poi ammisero  le autorità austriache, la  risonanza che ebbe l’opera nel mondo  fece all’ Austria più danni di una battaglia. Uscendo dallo Spielberg si rimane per alcuni attimi pensierosi. Il parco che avvolge la dolente prigione ci induce a riflettere sulle sventure di quei poveretti che credevano nell’idea dell’Italia libera e unita. Nonostante tutti i difetti e i parodossi del nostro paese, l’Italia c’è, esiste, e questo lo dobbiamo anche a loro.

E quindi scendemmo a riveder la vita. Passata la strada che separa il parco dal resto della città si incontrano nuovamente i tram tipici delle città mitteleuropee, la gente, i locali.Adesso, però, decido di lasciarmi alle spalle il centro storico e mi reco in uno dei luoghi più famosi della città,  villa Tugendhat, simbolo del modernismo, legata a un altro scrittore che ha avuto i suoi natali proprio a Brno. Il destino di Brno di città a cui sfuggono i figli famosi continua anche nella figura del filosofo di lingua tedesca Ernst Tugendhat, ritenuto uno dei primi pensatori che utilizzarono il metodo della filosofia analitica nelle questioni ontologiche. Formatosi sulle lezioni di Heidegger, Tugendhat fu uno dei più importanti continuatori del pensiero del maestro, criticandone però la concezione del vero, cercando risposte proprio nella filosofia analitica.

Verso la fine degli anni Trenta la famiglia Tugendhat, di origine ebraica, abbandonò Brno e non vi fece mai più ritorno. A Brno i Tugendhat, su progetto di Ludwig Mies van der Rohe, avevano fatto costruire l’omonima villa che in breve divenne il fiore all’occhiello del modernismo cecoslovacco. Si tratta di uno splendido esempio di avanguardia. L’edificio possiede una struttura a scheletro in acciaio, il che era allora una novità in ambito edilizio. È un luogo anche malinconico: nel 1992 qui si incontrarono i rappresentanti delle entità ceca e slovacca per decidere della loro separazione e quindi la fine della Cecoslovacchia.

Tugendhat, nacque proprio negli anni in cui la casa venne portata termine, passandoci i suoi primi otto anni di vita. Poi Brno divenne un lontano ricordo d’infanzia. Un altro figlio della città che lascia la grande madre. I suoi scritti, realizzati in giro per il mondo, influenzarono in modo significiativo la scuola filosofica tedesca. La sua opera più famosa è Vorlesungen zur Einführung in die sprachanalytische Philosophie, tradotta anche in lingua inglese.

Strana è Brno. Sospesa in un limbo tra Mitteleuropa e voglia di nuovo, non è una città che si definirebbe incantevole, ma che con le sue geometrie, il suo liberty viennese, spesso avvolta da soffici nebbie, sovrastata da una delle fortezze più cupe d’Europa, la capitale della Moravia ha un suo fascino malinconico che mi ha spinto ad addentrarmi in un percorso letterario che raccoglie diversi momenti storici e diverse culture. Sono tornato molte volte a Brno e penso di continuare a farlo anche in futuro.

 Luca Palmarini

(1) Robert Musil, L’uomo senza qualità, Einaudi, Torino 2005 (una delle edizioni da me consultate).

(2) Si tratta della marcia della morte. Dopo la liberazione della città ai tedeschi venne dato un ultimatum di poche ore perché lasciassero Brno. La maggior parte di loro si incamminò verso l’Austria e molti morirono per il freddo, la fame e le malattie lungo il percorso.

(3) Pietro Citati, Presentazione, in: Milan Kundera, Lo scherzo, Adelphi, Milano 1997.

 

(4) Bohumil Hrabal, La cittadina dove il tempo si è fermato, E/O Edizioni, Roma