Silvia Mazzocchi – I cipressi

Sono la ragazza con i capelli rosa e l’orecchino sul labbro. 

Quella che non sta mai ferma, che parla veloce e imbratta muri con le bombolette spray.   

Quella che ha iniziato a disegnare a tre anni ed è scappata senza mai voltarsi indietro dal paesello per coltivare arroganti sogni di gloria a Firenze.

Sono la ragazza a cui adesso viene chiesto di togliersi l’orecchino dal labbro per poter lavorare in questa ditta di grafica. 

Col cavolo che mi tolgo l’orecchino! Vorrei rispondere a questo bimbominkia davanti a me, ma il lavoro mi serve che se non pago l’affitto arretrato il mio padrone di casa mi scioglie nell’acido!

Ragioniamo: non mi hanno chiesto di tagliarmi i capelli e indossare un tailleurino, l’orecchino è poca cosa. 

Se inizio a guadagnare magari mio padre la smette di minacciarmi di percuotermi con una spranga incandescente quando gli chiedo soldi. 

Giusto ieri mi ha detto che se non mi trovo, cito testualmente: “Na fatica vera” me ne torno a casa perché lui di soldi non ne caccia più. 

Come No! Figuriamoci se torno giù in Molise, almeno fossi nata a Termoli! Invece ho avuto la botta di culo di nascere a Tufara dove non ci vanno nemmeno a morire i gatti. 

Più volentieri vado a vivere sotto il ponte alla Carraia insieme alle nutrie!

Ok, mi tolgo l’orecchino e inizio il nuovo lavoro come grafica. 

Firmo un contratto a sei mesi e l’immagine del mio padrone di casa che getta il mio cadavere in pasto ai maiali si dissolve! 

Questo lavoro è un casino, creativo solo sulla carta! 

Zeppo di diagrammi impossibili e ogni sera ho il cervello che fuma. Ho paura di non essere all’altezza ma devo resistere almeno due anni per risparmiare i soldi che mi servono per fare il lavoro dei miei sogni! 

Per fortuna l’ambiente non è male, i miei colleghi sono simpatici ma mi trattano come un’attrazione da circo, mi chiamano l’artista, commentano i miei tatuaggi e i miei capelli rosa e io mi chiedo, se questi capelli da Barbie strafatta possono mettere a rischio il rinnovo del mio contratto. 

Non posso rischiare, lo stipendio mi serve… penso la sera mentre passo la tinta castana e tolgo via ogni traccia di rosa. 

Sbatto le ciglia e senza accorgermene son passati sei mesi quando mi trovo davanti un contratto a tempo indeterminato da firmare. 

Sorrido ma la parola: “indeterminato” mi chiude lo stomaco in una morsa. 

In fondo al lungo corridoio dell’azienda mi sembra di vedere le gemelle Grady di Shining che canticchiano: 

“Silviaaaaaa…. Vuoi restare qui con noi? Per sempre?”

Ma anche no! Scapperò via sul mio triciclo come Denny e andrò a fare la writer a Londra! 

Firmo e mi accomodo alla scrivania guardando la fila di cipressi appena piantati sul viale d’ingresso. 

Sono … “Cipressi giovinetti” al loro primo impiego, come me. 

Chiudo gli occhi e mi torna in mente la poesia di Carducci che mi facevano studiare alle elementari…  

I cipressi che a Bolgheri alti e schietti van da San Guido in duplice filar,

quasi in corsa giganti giovinetti mi balzarono incontro e mi guardar…

Poi riapro gli occhi ed è già buio. Ho fatto tardi anche stasera, devo andare a prendere Gaia dalla nonna e pure fare la spesa! Mi metto la giacca e controllo la ricrescita. Capelli bianchi maledetti!

I cipressi mi osservano come ogni giorno, anche loro sono rimasti lì come fermi nel tempo, immobili ma cambiati. 

Come me.  Non te ne accorgi quando cambi perché non accade da un giorno all’altro.

Dal vivere ogni giorno a briglia sciolta a tenere sempre il freno tirato è un attimo, perché non si nasce ordinari lo si diventa giorno per giorno. 

E di solito, si inizia togliendosi un orecchino dal labbro. 

Silvia Mazzocchi