Stefano Iachetti – Il fiume continua
Oggi penso al Limentra.
All’acqua che passa sotto Pavana senza sapere nulla di noi, delle nostre attese, delle persone che abbiamo amato, delle canzoni che ci hanno accompagnato. Penso a quando camminai lungo quel fiume cercando, forse ingenuamente, qualcosa di Francesco Guccini nei suoi luoghi. Una voce tra gli alberi, una casa intravista, una curva della strada, un odore capace di restituirmi una frase ascoltata centinaia di volte.
E invece, adesso lo so, cercavo soprattutto me stesso.
Perché ci sono artisti che ammiriamo e artisti che, senza conoscerci, finiscono per prendere parte alla nostra vita. Entrano in un’estate, in una stanza, in un viaggio. Si siedono accanto a noi quando siamo soli. Dicono parole che avremmo voluto trovare e non sapevamo ancora pronunciare.
Francesco Guccini entrò nella mia vita nell’estate del 1976.
Montebuono, bassa Sabina. Avevo tredici anni. Le giornate erano interminabili come soltanto le giornate dell’adolescenza sanno essere: il muretto, le biciclette pesanti, i pomeriggi immobili, le ragazze che si aspettavano la sera, quando finalmente sembrava che dovesse succedere qualcosa.
Fu Massimo, per tutti “Cagnara”, a parlarmi di un cantautore che aveva scoperto attraverso i ragazzi più grandi.
Mi parlò di Radici.
Ascoltai Incontro, Il vecchio e il bambino, poi La locomotiva, Canzone dei dodici mesi. Non potevo capire davvero tutto. A tredici anni certe parole entrano prima nella pelle e soltanto molto tempo dopo raggiungono la coscienza.
Poi tornai a Roma.
Di lì a poco sarebbe uscito Via Paolo Fabbri 43 e io lo aspettai con un’impazienza che oggi mi fa sorridere e mi commuove. Come se da quel disco dovesse arrivare una risposta. Come se potesse davvero succedere qualcosa.
Successe.
Lo ascoltai fino a impararne ogni verso. Il vinile cominciò a saltare e io, con la rudimentale tecnologia dei miei tredici anni, misi un piombino da pesca sulla testina del giradischi per costringere la puntina a restare nel solco.
Funzionò.
E naturalmente distrussi il disco.
Se dovessi raccontare con un’unica inquadratura il mio incontro con Guccini, sceglierei quella: un ragazzo in una stanza, un giradischi, un piombino da pesca che preme sulla puntina e una voce che arriva dagli altoparlanti.
Fu allora che cominciò un viaggio durato cinquant’anni.
Recuperai i dischi precedenti, aspettai quelli nuovi. Due anni, tre, qualche volta quattro. Poi otto. Poi dieci. Ogni album scandiva una stagione e, quasi senza accorgermene, finiva per fissare un punto della mia vita.
Intanto crescevo.
E le canzoni cambiavano insieme a me.
Alcune che da ragazzo avevo appena sfiorato cominciavano a parlare una lingua diversa. Altre diventavano improvvisamente necessarie.
Vorrei, per esempio.
Poche canzoni hanno saputo raccontare con quella precisione fragile il desiderio adulto di conoscere davvero un’altra persona, di attraversarne il tempo, le paure, perfino ciò che non potremo mai sapere.
E Autogrill, che per me è sempre stata cinema prima ancora che musica. Una stazione di servizio, una ragazza, un uomo, un incontro quasi possibile. Il tempo di un caffè, uno sguardo, una fantasia. Poi la strada che ricomincia e ciò che avrebbe potuto essere rimane lì, sospeso, come certi fotogrammi che continuiamo a ricordare molto dopo aver dimenticato la trama del film.
Poi arrivarono i libri.
Nel 1989 comprai Croniche epafaniche. Acquistarlo e cominciare a leggerlo furono praticamente lo stesso gesto. Dopo vennero gli altri.
Attraverso quelle pagine capii ancora meglio qualcosa che nelle canzoni avevo intuito: che la memoria non è nostalgia. È materia narrativa. Sono dialetti, cucine, osterie, stazioni, parole perdute, parenti, strade, piccoli paesi, oggetti insignificanti che improvvisamente diventano il deposito di un’esistenza.
Forse per questo, molti anni dopo, sentii il bisogno di andare nei suoi luoghi.
Pavana.
Il Limentra.
Poi Modena.
Carpi, dove era nata sua madre.
Camminavo e guardavo. Cercavo corrispondenze tra ciò che avevo letto e ciò che avevo davanti. Una specie di geografia sentimentale. Come quando si visita il luogo in cui è stato girato un film amato e per qualche istante il paesaggio reale e quello immaginato finiscono per sovrapporsi.
E ci sono stati i concerti.
Il primo nel 1977, al Gianicolo.
Ci arrivai a piedi da Monteverde con Federico. Ricordo il tragitto quasi quanto il concerto. Forse perché, a quell’età, andare a vedere Guccini significava già cominciare molto prima che salisse sul palco. Significava uscire di casa, attraversare Roma, raggiungere un luogo dove centinaia di persone conoscevano le stesse parole che conoscevi tu.
Poi il Palasport.
Il Palaghiaccio di Marino.
Bologna.
Altri palchi, altre stagioni, altre persone accanto.
E ogni volta quella strana sensazione che Guccini cantasse qualcosa che apparteneva a tutti e nello stesso momento riguardasse soltanto te.
Gli anni, intanto, passavano.
Alcune persone se ne andavano. Altre arrivavano.
Cambiavano le case, il lavoro, gli amori, le convinzioni.
Cambiavo io.
Lui rimaneva da qualche parte.
Non immobile. Presente.
Nei momenti di crisi, nei dubbi, nelle svolte della vita ho cercato spesso nelle sue parole una risposta.
Per molto tempo ho pensato di averla trovata.
Forse non è esattamente così.
Guccini non dava risposte.
Faceva qualcosa di più difficile.
Ti costringeva a guardare meglio le domande.
Ti ricordava che il tempo passa anche mentre proviamo a trattenerlo. Che gli incontri possono essere decisivi proprio perché finiscono. Che esistono strade che non abbiamo imboccato e vite che avremmo potuto vivere. Che diventare adulti significa anche imparare a convivere con ciò che non è stato.
E che la memoria, qualche volta, è l’unico modo che abbiamo per opporci alla scomparsa.
Oggi Francesco Guccini è morto.
Lo scrivo e la frase continua a sembrarmi sbagliata.
Forse perché non ho mai conosciuto Francesco Guccini e tuttavia mi accorgo che era presente in troppi punti della mia vita perché la sua morte possa riguardare soltanto lui.
Riguarda anche quel ragazzo di tredici anni a Montebuono.
Cagnara che gli parla di Radici.
Il disco comprato appena tornato a Roma.
Il piombino sulla testina.
La strada percorsa a piedi con Federico verso il Gianicolo.
I concerti.
I libri.
Modena.
Carpi.
Pavana.
E allora torno con il pensiero al Limentra.
Lo vedo scorrere tra gli alberi come l’ho visto tante volte.
L’acqua passa, cambia continuamente eppure il fiume rimane.
Forse certe persone fanno lo stesso.
Se ne vanno.
E continuano a scorrere dentro di noi.
Stefano Iachetti
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