Vincenzo Trama – (Equi)lirismi
Stare in equilibrio è un’arte.
Rimanere sospesi, o quasi, dal giudizio altrui. Non camminare sulle uova, bilanciare ogni parola, ogni movimento, quasi fosse un piatto che gira su bastoncino di legno. Precario, nonostante l’impegno – lo sbatti – avremmo detto noi giovani prima di invecchiare – e chissà cosa diranno loro, un domani che è già oggi.
Vivere, che cosa difficile.
Non va mai bene quello che si fa, quello che si pensa, quello che si decide.
Basta lo facciano gli altri. Poi, al più, ci si lamenta. Di cosa? Appunto. Del più. E del meno. Siamo relativi come numeri che non sanno più che posto occupare. E a proposito: perché nessuno occupa più? Che ne è di Naomi Klein, nel 2026?
Via, perché complicarsi la vita: Benni chiedeva un’idea, molto prima che queste diventassero una merce a prezzo di saldo sui social. Così facile indignarsi insieme dietro a uno schermo, spolliciando contenuti virali che fanno rimpiangere virus più letali ma che almeno non hanno mai avuto la pretesa di like, e condividi, e ciao guys.
Equilibrio, dicevo.
Perché poi nasce tutto da lì. Un passo sbagliato – peggio, un respiro! – e tutto si disfa. Crolla, castello di carte di un gioco a cui nessuno gioca più. Tanto vale un solitario, no? Almeno ho la certezza di perdere solo con me stesso, senza umiliarmi in mezzo agli altri. Ma la libertà, cantava Gaber, mica io, è partecipazione. E’ rischiare di scontrarmi, urtare, cadere, non sapere ancora una volta dove sono finito, e come recuperare, e da dove ripartire.
Ma farlo.
Perché mi metto alla prova, perché così cresco, perché mi DIVERTO.
Ecco: ci manca così tanto questa dimensione ludica nel grigio che siamo diventati facendoci adulti. Abbiamo smesso di pensare che potessimo ancora ridere di tutto, prima ancora di noi stessi. E incattiviti da una pelle sempre più dura abbiamo finto che bastasse riempirci prima le agende e poi gli smartphone per poter dire al bambino che era in noi che non avevamo più tempo, mi spiace, non posso, ho da fare, non ci sono, più tardi, forse dopo, non ora.
Ho cose più urgenti da fare.
Ed è questa, alla fine, l’assenza dell’equilibrio. Quello spegnersi lentamente, ad intermittenza, pensando di trovarci sempre, alla fine della giornata.
Per poi scoprire, senza nemmeno rendercene conto, che non sappiamo più nemmeno dov’è finita: quella piccola luce di bimbo che – come ingoiata (da chi, poi? Crono, Dio, me stesso?) – non riappare più.
Mica per niente il poeta diceva “Ed è subito sera”.
Si fa buio e non ce ne rendiamo conto.
Vincenzo Trama
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