Fabio Strinati ospita Antonio Merola

Ho provato a portarti lontano,
ma il mostro ci ha seguito ovunque
come a spaziare l’alberata in una grillaia:
sentiva l’odore del sole, tu piangevi
dietro a ogni angolo. Una lubricità
non bastava a nascondere la sfogliatura,
a scivolare altrove: avevamo paura
delle grandezze
come l’acqua dentro una fontana.

*

Nessuno ha mai aiutato il bambino
a scappare nella notte
per esaminare la puntigliosa assenza
dell’avvenire non è già troppo
per lui fingere di non ascoltare
la delizia esatta del denaro
o sopra la nidiata del pigargo rosso
come la disattenzione sopra la punta di un piede
a colmare un elefante in un negozio di cristallo.

*

Non faccio che parlare di te ai codardi
eppure questo solo so: nessuno
ti ha compresa forse per letargia
oppure ordalia, il sole tramonta a Oriente:
ma nessuno, nessuno t
i ha mai creduta.

*

Ti porterò fino alla fine della vita
per mano: e allora guarderemo il buio sorridendo.
Ci ho provato a lottare come una tigre
bianca contro l’uomo: e sono così stanco
di vincere sempre. Questa volta non voglio
competere ancora: ognuno di noi è senza difesa
fuori lo spirito e per la nostra immaginazione
è ora di andare: partiremo alla prossima alba.

Antonio Merola….su Antonio Merola.

F. Scott Fitzgerald: credo sia stato lui che mi abbia introdotto più di ogni altro alla poesia. Certo era uno scrittore, ma ho sempre avuto l’impressione che proprio la sua scrittura esprimesse l’esperienza della poesia attraverso il romanzo – o il racconto breve, in certi casi. Persino Nemi D’Agostino scrisse una volta che bisognasse considerare come lirico lo stile di Fitzgerald, se servisse qui una autorità che confermi in qualche modo la mia opinione. E del resto leggendo un romanzo come Il Grande Gatsby questo lo si vede subito. Ma è solo leggendone le opere per intero e seguendone la scansione cronologica naturale che si può notare qualcosa di più: e cioè che la poesia di Fitzgerald è interamente dedicata al paziente dialogo con l’altro – a cui potremmo dare anche un nome e un cognome: Zelda Sayre. Pietro Citati ci ha dato una delle immagini più calzanti in questo senso. Qui siamo a uno dei ricoveri più impegnativi di Zelda:

Fitzgerald non si allontanò dalla clinica di Nyon, sebbene potesse vedere Zelda soltanto ogni quindici giorni. Passò l’estate del 1930 negli alberghi di Glion, Vevey, Caux, Losanna e Ginevra. Mandava a Zelda un mazzo di fiori ogni due giorni, poiché lei adorava il futile e colorato paradiso dei fiori. I costi della clinica – «enormi» scrisse Zelda dopo la morte del marito – si aggiungevano alle spese per la casa di Parigi, dove era rimasta la figlia. Fitzgerald scriveva molti racconti [per le riviste] e non si lagnò mai, come ripeté orgogliosamente Zelda. Il suo dolore era grandissimo. […] Nei suoi pensieri, Zelda era sempre avvolta da un’ondata di amore: per averne soltanto l’imitazione o l’eco, Fitzgerald sarebbe stato pronto a tradire la parte migliore di sé. Lei era vicinissima e lontana, perché abitava in luoghi oltre le «frontiere della coscienza», nel freddo buio dello spirito, dove lui non volle mai avventurarsi. Fitzgerald abitava qui, tra noi, lungo le rive del lago, sebbene guardasse e spiasse cosa accadeva oltre le «frontiere», nel buio, (da La morte della farfalla, Adelphi, 2016).

Non si tratta di un romanticismo solo ideale, sebbene Fitzgerald sia a tutti gli effetti uno scrittore romantico, ma di un romanticismo che nasce dal dato biografico. Voglio dire che Fitzgerald scriveva esclusivamente di lui e Zelda, non di sé, ma della coppia: cercava anzi, attraverso la scrittura, di raggiungere la donna ovunque lei si trovasse. E per essere davvero capaci di questo bisogna riuscire a concepire l’individualità come una dualità, a essere disposti a una spartizione dell’io.

Assieme a Fitzgerald sono venute poi ad ampliare questo discorso la poesia di Iuri Lombardi – che a breve pubblicherà la raccolta Il sarto di San Valentino con Ensemble – e di una persona a cui non piacerebbe essere nominata in questa sede e che chiameremo G. Ho sempre avuto con loro uno scambio continuo verso per verso, si può dire anzi che ci siamo scritti insieme, prima di trovare ognuno il proprio stile. Non voglio fare una ulteriore lista di nomi o modelli che mi abbiano influenzato, perché sarebbe del tutto inutile – o quanto meno didascalico. Ecco credo semplicemente che per me esistano delle letture spirituali e delle letture tecniche: le prime riguardano l’empatia, le seconde invece hanno una funzione esclusivamente didattica – ci sono alcuni poeti cioè in cui intravedo delle possibilità stilistiche che possono essere riprese e sfruttate in modo diverso, ma di cui magari non condivido interamente l’esperienza spirituale. A queste si aggiunge poi il confronto diretto con i giovani poeti contemporanei che inviano le loro poesie alla rivista YAWP: dovrei dire grazie al mio lavoro, ma ritengo sia essenziale per chiunque (a un certo punto) guardarsi intorno. Sembra che ci sia uno strano scoraggiamento in giro. Ma dire che la poesia non serva a niente è falso: la poesia non serve a niente fintanto che è una espressione di se stessi – di coloro che le poesie le scrivono, voglio dire. L’individuo deve essere presente nello stile. La poesia deve invece essere l’altro. Non la descrizione dell’altro. Ma la rinuncia dell’io lirico a favore di un più ampio noi.

Biografia.

Antonio Merola, classe 1994, è laureato in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma con una tesi sulla recezione della critica italiana rispetto all’opera di F. Scott Fitzgerald. Sue poesie inedite sono apparse su Atelier online, Poetarum Silva, Pageambiente, Euterpe, La Macchina Sognante e nel Poetico Diario (LietoColle, 2017). Collabora o ha collaborato con Altri Animali, (Racconti Edizioni), Flanerì, Lavoro Culturale, Carmilla e Culturificio. È cofondatore di YAWP: giornale di letterature e filosofie, per il quale ha curato inoltre la raccolta poetica L’urlo barbarico (A. V., Le Mezzelane, 2017). Si occupa dei Quaderni Barbarici su Patria Letteratura. Ha pubblicato sotto pseudonimo assieme a Iuri Lombardi la raccolta di racconti Il Vice Presidente venne dopo sette secondi, (2016). Suoi racconti inediti sono apparsi su Carmilla, Cultora e Reader For Blind.

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