Domenico Palattella - i 90 anni di Marisa Allasio, diva "tascabile" del cinema italiano

Domenico Palattella – i 90 anni di Marisa Allasio, diva “tascabile” del cinema italiano

  Era la spensierata Italia degli anni ’50, con il boom economico e con l’ottimismo dilagante che avvolgeva tutti i livelli della società. Cominciava a decollare il turismo e cresceva la voglia di ricostruire un Paese, ormai Repubblicano, uscito da poco dalle rovine della seconda guerra mondiale. Eppure la crescita economica e sociale degli anni ’50 è talmente evidente, da far sembrare anni luce lontana, la recente guerra. Se i turisti stranieri rimangono incantati dai nostri monumenti, retaggio di un’antica e nobile storia, le nuove generazioni guardano con ammirazione alle novità tecnologiche, che provengono in massima parte dall’America. Sono questi gli anni in cui i giovani vestono i primi jeans, scoprono le sigarette americane, mentre le ragazze indossano i primi bikini, da molti considerati un vero affronto alla morale dell’epoca, tanto che in alcune spiagge vengono multate le più ardite. Intanto cresce il mito dell’Italia cinematografica, Cinecittà infatti viene invasa dalla manodopera americana e Roma diventa il centro del Mondo, mondano, cinematografico, artistico. 

          Questo è il clima sociale e culturale, ricco di fermento in cui crebbe la splendida e breve carriera di Marisa Allasio, all’anagrafe Maria Luisa Lucia, figlia del calciatore del Genoa e del Torino, Federico Allasio e della mamma Lucia Rocchietti. Lei, classe 1936 (nata precisamente a Torino il 14 luglio), a soli 16 anni venne convinta dall’amico di famiglia, nonché giornalista Enrico Mattia, a partecipare al concorso di Miss Italia, nell’annata 1952. Era appunto quello stesso anno quando il suo viso, ma soprattutto il suo corpo perfetto fecero capolino al Lido di Venezia, ribalta straordinaria in quegli anni, di bellezze storiche del paese italico: nella palazzina Liberty affacciata sul mare che si chiamava «Lido» condotta dall’indimenticabile cavalier Rinaldo Rizzo, venivano celebrate le più belle «miss» italiane. Da Eleonora Rossi Drago e prima ancora da una certa Sofia Scicolone, prima di diventare quella Loren incantevole che tutti ricordiamo. E fu proprio nel 1952 che Marisa Allasio vinse l’ambita fascia di «Miss Italia», cominciando proprio dalla passeggiata del Lido il suo felice percorso di attrice. Dopo l’elezione di «Miss Italia», la bella Marisa venne scoperta da Dino Risi che la fece protagonista sia di Poveri ma belli che di Belle ma povere, l’immediato seguito. Il suo personaggio piaceva agli italiani di quegli anni, che uscivano dalla guerra ed avevano bisogno di modelli positivi, ma non sfacciati, divertenti ma non volgari. E Marisa espresse quel tipo di modello sociale, bella, «tutta curve», che attira gli sguardi maschili, ma che possiede saldi principi morali ed una incredibile dose di ingenuità nei rapporti con gli uomini. Insomma, come scrisse qualche critico allora, “una specie di Brigitte Bardot italiana”, ma priva della malizia che caratterizzava la diva francese e riducibile negli schemi del perbenismo piccolo-borghese dell’epoca. E’ proprio il 1957 l’anno che lancia Marisa Allasio, tra le grandi dive del nostro cinema. Quei due film infatti (N.D.A. Poveri ma belli e Belle ma povere), in cui interpreta Giovanna, una ragazza che gioca con gli uomini conscia della sua prorompente bellezza, le consegnano immediata fama. Negli anni ’50 questo suo personaggio ha rappresentato un nuovo tipo di donna, maliziosamente spregiudicata, che tenta di compiere i primi passi verso la libertà sessuale, pur nei limiti di una moralità tradizionale e piccolo-borghese e che, utilizzando principalmente la sua avvenenza, cerca di uscire dai soffocanti confini della vita familiare e di conquistarsi un suo spazio e una sua visibilità sociale.

          Ventenne, giovanissima, è lei la vera attrattiva dei film a cui partecipa: una spiritosa venere tascabile dalle forme dilatate, con occhi vispi, sorriso allegro e soprattutto un lunghissimo collo che in qualche modo conferiva eleganza al suo fisico altrimenti quasi assurdo. Crescono le copertine a lei dedicate: Oggi, Le Ore, Cinemonde…tutti i giornali “rosa” dell’epoca, celebrano la nuova, fresca diva del cinema italiano. E la Allasio è proprio la diversa bellezza che piaceva. Lei incarnava le giovani ragazze del popolo, che vivevano il benessere e le novità tecnologiche di quegli anni, ed erano soprattutto piene di buoni sentimenti. Tutte curve, una vera e propria bomba sexy, burrosa e allo stesso tempo tonica, ma con quel sorriso sbarazzino, insomma lei era davvero una vera e propria civetta provocante, ma che alla fine per averla te la dovevi sposare, in piena linea con la morale democristiana dell’epoca, e questa non era cosa da poco conto nell’opinione popolare di quei tempi.

          Marisa si trovò a vivere a Roma perché seguiva ovviamente i frequenti spostamenti del padre, che nel frattempo da calciatore diventò allenatore. Torino, Genova e poi Roma, dove studiò recitazione con l’attrice teatrale Wanda Capodaglio. Il suo primo ruolo importante nel cinema risale al 1954 con il film Cuore di mamma, di Luigi Capuano, mentre in precedenza aveva lavorato semplicemente come comparsa. Il successo che poi la colse in seguito ai numerosi consensi ottenuti per la serie dei Poveri ma belli, fanno in modo che lei diventi in breve tempo l’attrice più popolare e amata del periodo. Quel personaggio caratterizzato da una miscela di ingenuità, sfrontatezza e rassicurante civetteria tipica delle figure femminili che contribuirono al successo del cosiddetto neorealismo rosa le si appiccica addosso, tanto che nei successivi ruoli ripropone pressoché lo stesso identico cliché.  

          Civetta per civetta, Mauro Bolognini sceglie di renderla immortale con Marisa la civetta (1957), film tutto incentrato sul personaggio della ragazza per bene, bella, bellissima, desiderata da tutti, ma senza troppi grilli per la testa. Una commedia lieve, ma non stupida, capace di gettare uno sguardo niente affatto banale sull’Italia moralizzatrice di quegli anni. La sceneggiatura, firmata da Pier Paolo Pasolini coglie, tra le righe, qualche sintomo di trasformazione della società italiana, a metà tra modernità, consumismo ed emancipazione femminile ancora allo stato embrionale. Marisa si afferma come la “Brigitte Bardot italiana”: presenta il Festival di Sanremo del 1957, vinto per la cronaca da Claudio Villa, e prende parte a sedici film in totale, di cui almeno una decina incentrati sulle sue curve e sulla sua simpatia, peraltro insieme ad attori del calibro di Alberto Sordi, Renato Rascel e Nino Manfredi. 

          La ritroviamo in Arrivederci Roma (1958), diretta da Roy Rowlands al fianco di due stelle come lo stesso Renato Rascel, autore dell’omonima e celebre canzone che dà il titolo al film e il tenore italo-americano Mario Lanza; e soprattutto in una serie di film in cui fa coppia con Nino Manfredi, a cominciare da Camping (1958), film leggero diretto da Franco Zeffirelli. Questo fu il primo film firmato dal regista fiorentino, che tiene a battesimo una coppia giovane, affiatata e ben assortita. L’opera si sviluppa come una commedia brillante, goliardica, giovanilmente scanzonata e abbastanza osé per l’epoca, tanto che lo stesso film dovette affrontare le ire cattoliche per le spregiudicatezze estive (l’aria da amore libero nel campeggio multietnico, il bikini che a stento trattiene le forme esplosive della Allasio). Nato da un’idea di Nino Manfredi e di Paolo Ferrari (che qui interpreta il geloso fidanzato della Allasio mentre Manfredi è il fratello “controllore” delle grazie della sorella) è la storia di tre amici che decidono di trascorrere una giornata all’aria aperta. Sullo sfondo c’è un’Italia in trasformazione, ancora in bilico tra un passato conservatore e un presente aperto alle innovazioni del benessere economico. Ne esce fuori un film fresco e ritmato, grazie al giovane trio di protagonisti, ma anche ad un lavoro di regia che dà leggerezza e spensieratezza ad un’opera che strizza l’occhio alla modernità. Gli incassi accertati al botteghino, intorno ai 330 milioni di lire, issano il film come uno dei prodotti cinematografici più apprezzati dell’annata 1957-58. Siccome la coppia Manfredi-Allasio aveva ben figurato nel film di Zeffirelli, ritorna più scoppiettante di prima nel film di Gianni Puccini, dal titolo Carmela è una bambola (1958), che prende il nome dall’omonima canzone portata al successo da Domenico Modugno. Anche in questo caso una certa freschezza nella messinscena, arricchita dalla bellezza senza tempo della Costiera Amalfitana, dà al film sostanza e possibilità di essere apprezzato. E’ la storia di Totò Improta (Nino Manfredi), un guidatore di pullman per turisti e di un’avvocatessa Carmela (Marisa Allasio) che si innamora di lui, e che ogni notte da sonnambula, saltando tra i tetti di Amalfi, lo va a trovare nel sonno. Intorno a loro si muove tutto un microcosmo di macchiette gustosissime, che fanno chiaro riferimento al folklore e all’ambiente napoletano: il padre di lei (Ugo D’Alessio) capo-clan arrogante solo a parole; lo psicanalista (Gianrico Tedeschi) affetto da mille tic; il socio di Manfredi, tuttofare specializzato (Carlo Taranto). Identica benevole recensione va fatta anche per Venezia, la luna e tu (1958), di Dino Risi, dove pur ritrovando ancora Nino Manfredi, stavolta la Allasio fa coppia con Alberto Sordi, in un film rimasto nella memoria collettiva per tanti motivi. Ne esce fuori infatti un capolavoro di freschezza e di furbizia recitativa, che riesce ad amalgamare bene l’esuberanza innata di Sordi con la tenerezza “dura” della Allasio. I due protagonisti danno vita a simpatici duetti, intrighi e litigi d’amore, sullo sfondo dei deliziosi ponti veneziani. La storia del guidatore di gondole Bepi e della sua gelosissima fidanzata Nina si issò tra i campioni di incassi della stagione 1958, anche grazie allo sgargiante colore della fotografia. Venezia, la luna e tu è un film di quelli turistici che andavano di moda in quegli anni, elegante, colorato, gioioso e brioso, con un’atmosfera vivacizzata da equivoci, scherzi, beffe, situazioni salaci, caricature, lietamente fusi alla bella cornice veneziana, ai suoi canali, alle sue gondole, che ha ottenuto senza fatica l’allegro consenso del pubblico.

          Da questo elenco è rimasto fuori Susanna tutta panna (1957), diretto da Steno, che ebbe uno straordinario successo di pubblico, sia per la freschezza del film, sia per la bravura della “nuova” diva tascabile, sia per il titolo che riprende l’omonima hit del Quartetto Cetra. Il personaggio che incarna la nostra attrice è sempre quello della brava ragazza, per bene, di sani principi. Una venere tascabile, come si è detto sopra, che sapeva prendere in giro il proprio fisico pneumatico e volgere in riso la torva sensualità che retrospettivamente sembra aver dominato quei tempi frustrati dalla morale vigente; in questo risultando più moderna e simpatica della sua contemporanea Brigitte Bardot. Anche perché poi, sposò un titolato e diede l’addio alle scene. Si diceva comunque di Susanna tutta panna, che incarna perfettamente la personalità e il talento del tutto particolare della giovane attrice genovese. E’ la storia di una pasticciera di professione, che come prova d’amore, mette il segreto della panna di famiglia in una torta. Ne susseguono poi, gag a catena perché il fattorino confonde le consegne. Sullo sfondo di una commedia spigliata e divertente, anche merito della regia di Steno, si staglia almeno una scena destinata a valere come un trattato di sociologia sulla moralità nazionale: ovvero quando il fidanzato cerca di cucire la scollatura troppo generosa della Allasio, vittima degli sguardi dei passanti. 

          Quasi dieci film in un biennio (1957-58), contando anche la partecipazione al film tedesco Nacht wie Gott sie schuff, di Hans Schott-Schobinger, Festival di Sanremo, copertine a iosa e poi…nel 1959 all’improvviso la nostra Marisa conosce il conte Pier Francesco Calvi di Bergolo e decide di lasciare il cinema. Ad appena 22 anni, con vari film alle spalle, con una pletora di migliaia di fan intorno a lei e rincorsa da produttori e registi, l’attrice decide di voltare pagina. Sceglie l’amore, ma non quello da copertina, quello vero. Sposa il conte Pier Francesco Calvi di Bergolo e abbandona il grande schermo all’apice del successo. Sparisce dai rotocalchi, non facendo mai più ritorno sui suoi passi. Nemmeno quando la sua storia finirà, neppure davanti a proposte di lavoro strepitose. 

          Coerente e discreta, Marisa Allasio concesse al cinema solo poco più di una dozzina di pellicole e cinque stagioni (1954-58) di intensa carriera cinematografica. Cinque soltanto, ma in grado di lasciare un segno indelebile nel cuore di tutti gli appassionati. La vita che si muove su altri binari, il cinema che diventa un ricordo. Dolce, candido, genuino. Deve essere andato così quel distacco rapido da un mondo che le aveva dato onori e fama. Da sex-symbol pudica di un’Italia in cerca di bussola, tra boom economico e sogni proibiti, Marisa sceglie, da intelligente piccolo-borghese quale era, un bel matrimonio certamente d’amore. Il marito, figlio della principessa Jolanda Margherita di Savoia, primogenita di Vittorio Emanuele III e di Elena di Montenegro, con il quale andrà ad abitare, nientemeno, che nel castello di Pomano, in Piemonte, le darà due figli: Carlo Giorgio Dimitri e Federica Angelica Maria. Nel ’96 si separerà e tornerà spesso a rivedere la «sua» Genova, una città che le è sempre rimasta nel cuore. 

          Marisa Allasio quest’anno festeggia la veneranda età di 90 anni. Il suo Mito è celebrato con nostalgia dagli appassionati di cinema, che la ricordano con affetto e malinconia. Anche lei ha ammesso di aver avuto, nel corso di 60 anni di assenza dalle scene cinematografiche, mille momenti di nostalgia per la grande avventura del cinema che ha vissuto, con un solo piccolo rimpianto (che forse, con il senno di poi, è anche grande) non aver accettato il ruolo propostole da Luchino Visconti nel film Il Gattopardo, andato poi a Claudia Cardinale. Sarebbe stata la ciliegina sulla torta ad una piccola grande carriera cinematografica, proprio come è stata definita lei: “la piccola grande diva del cinema italiano”. 

          L’attrice conserva dunque il suo spazio indelebile nella storia del cinema nazionale: sedici film, per la precisione, rimasti nei cuori della gente forse perché indissolubilmente legati all’epoca più bella della storia del nostro Paese: quella del boom economico, quella di Cinecittà soprannominata la “Hollywood sul Tevere”, quella di Via Veneto dove i divi dell’epoca facevano a gara per farsi “paparazzare”. Tempi d’oro, malinconici, inarrivabili, di cui la Allasio rimane una delle stelle indiscusse.

FILMOGRAFIA

  • Cuore di mamma (1954), regia di Luigi Capuano
  • Ballata tragica (1954), regia di Luigi Capuano
  • Le diciottenni (1955), regia di Mario Mattoli
  • Ragazze d’oggi (1955), regia di Luigi Zampa
  • Guerra e pace (War and Peace) (1956), regia di King Vidor
  • Maruzzella (1956), regia di Luigi Capuano
  • Le schiave di Cartagine (1956), regia di Guido Brignone
  • Poveri ma belli (1957), regia di Dino Risi
  • Belle ma povere (1957), regia di Dino Risi
  • Marisa la civetta (1957), regia di Mauro Bolognini
  • Susanna tutta panna (1957), regia di Steno
  • Arrivederci Roma (1958), regia di Roy Rowland
  • Camping (1958), regia di Franco Zeffirelli
  • Carmela è una bambola (1958), regia di Gianni Puccini
  • Nacht wie Gott sie schuff, (1958), regia di Hans Schott-Schobinger
  • Venezia, la luna e tu (1958), regia di Dino Risi

Domenico Palattella