Vincenzo Trama - Il respiro del delfino di AN15

Vincenzo Trama – Il respiro del delfino di AN15

AN15

Il respiro del delfino

Dalia Edizioni 

 312 pagine – Euro 17

link diretto al libro

Quanta roba dentro Il respiro del delfino. E roba non è mica messo lì per caso, quando si parla di questo romanzo. Sta lì, nelle piazze di spaccio delle periferie suburbane di una Milano tinta di rosa shocking, dove tutto è happy altrimenti semplicemente non è. Anna Laugelli, o AN15, suo criptico pseudonimo, parte subito con una storia nella storia che non è una dichiarazione d’intenti, ma di vera e propria guerra: l’esplicito episodio relativo alla morte di Sid Vicious il 2 febbraio del 1979, quando, in piena ascesa, il punk dei Sex Pistols aveva sfondato i muri delle case (e delle casse) di mezzo mondo. Tutto finito per sua stessa scelta. Come quella del delfino, che, atrocità o bellezza della natura, fate vobis, in una situazione di costrizione alienante, può decidere di smettere di respirare, facendo in pratica harakiri.  

È già qui, in nuce, la trama de Il respiro del delfino: un fitto caleidoscopio di immagini, suoni e colori che attraversano tre generazioni e che pone sempre la stessa domanda: cosa significa fallire? AN15 si vede che ha nel sangue questa bollente riflessione, l’inchiostro pare proprio bruciare mentre conosciamo, passo dopo passo, i personaggi del suo romanzo: Margherito, detto Gretel, ed Anselmo, cioè Ansel, che altro non sono che le due facce della stessa medaglia: il primo un vinto mai domo che, pur lottando con i suoi fantasmi, è forse lo specchio (traslucido) che un’altra vita oltre lustrini e cotillon è non solo possibile, ma necessaria per un futuro che non può essere solo l’ennesimo reel in loop. Il secondo invece che cerca di rifiutare di cedere proprio a se stesso, allontanandosi dalle proprie fragilità e finendo poi sempre per alimentarle, in una sorta di regola del contrappasso perenne. Senza neanche saperlo i due polarizzano quasi le loro esistenze in questa costante dicotomia tra il farsi e il non farsi, tra il lottare e l’arrendersi, tra la Milano da bere (e da pere) e l’idea di un posto lontano, al sud, dove cominciare davvero a credere, con l’aiuto di qualche parroco dall’accento particolare, che sia ancora possibile pensare a un finale diverso, davvero alternativo e non solo dipinto come tale. E in questa tensione dove forte è il richiamo alle controculture, alla musica indipendente, alle scelte differenti dei diversi personaggi che, volenti o nolenti, frullano in questo cosmo che è Milano e i suoi dintorni, grande spazio è dato ai luoghi di aggregazione ormai spariti, come ad esempio il Rainbow.  Si respira proprio l’aria di un fermento che è andato via via sopendosi, ed è proprio importante, in questo preciso momento storico, che romanzi come questo ne indaghino in qualsiasi modo la portata, o ne rievochino anche solo l’esistenza. Non è che di qualche mese fa la notizia – passata troppo sotto silenzio – dello sgombero del Leoncavallo di Milano, storico centro sociale in via Watteau: di vite ne ha tirate fuori tante dalla merda e nessuno che ha mosso un dito serio per impedirne l’inutile e vergognosa chiusura. Ce ne starebbero a chilate di storie come quella del Leonka: il Cox18 che resiste ancora nonostante la movida furiosa dei Navigli tutto spritz e pailletes, Il circolo anarchico Ponte della Ghisolfa che ricorda a tutti come i fascismi siano ancora impuniti, le esperienze passate ed innovative del Deposito Bulk, dei concerti hardcore della Panetteria Anarchica, ma anche di quelli più attuali come l’Officina occupata, oggi riqualificata, se non ricordo male, in un lussoso e alternativissimo hotel per ciclisti o una roba del genere. Roba, ancora lei. Che sembra spesso essere l’unica via di fuga concessa a chi non vuole arrendersi ad un appiattimento che AN15 spennella senza filtri né remore: piazza Gae Aulenti è un delirio cementizio che descrive ricordando a tutti dell’esistenza di un intero quartiere messo a soqquadro, a favore di un’idea artificiosa di bello e artificiale di verde. 

Il respiro del delfino non è un romanzo consolatorio, ma i personaggi che ci nuotano dentro, pur rischiando di affogare, una qualche boa a cui aggrapparsi sembra riescano a trovarla (forse). Vale per Condor, per Giusi “cresta rossa” e anche per Ansel e Gretel, nonostante la strega cattiva (ma è Milano? O siamo più spaventosamente noi?) provi fino all’ultimo a divorarli.

Insomma, se cercate una lettura da chiusura dell’ombrellone nell’ultimo giorno di mare evitatelo come la peste; se, invece, siete alla ricerca di una mappatura di trent’anni di Milano e dintorni che indaghi quello che può essere il disagio giovanile fiorito in seno all’imbarbarimento post coloniale berlusconiano, bè, è il libro che fa per voi. O per i vostri genitori, se hanno assistito a questo scempio senza neanche essersi sentiti mai un pochino in colpa. 

Bravi.

Vincenzo Trama