Germano Zelli (lo zingaro) – Riflessioni estive sulla pietà

Primo pomeriggio di un giorno del mese di Giugno, primi caldi, per aspettare un amico vado in giardino. Mi metto all’ombra di un albero, in pedi, osservo dintorno e poi, distrattamente, guardo per terra. Una colonna di piccole formiche è all’opera, alcune si muovono in una direzione altre in quella opposta, immagino che instancabilmente riempiano di cibarie il loro granaio invernale. 

Già, “La Formica e la Cicala”, la formica e la cicala… la cicala. Un pensiero attraversa velocemente la mente e mi obbliga a precisare, per i lettori toscani e soprattutto per quelli dell’area fiorentina, che nelle mie parole non c’è alcun riferimento all’organo genitale femminile. Proseguiamo. 

Come tutti sapranno, nella famosa favola di Esopo “La Cicala e la Formica”, durante la stagione estiva la formica lavora e la cicala canta. All’arrivo dell’inverno la formica ha del cibo e la cicala, non avendo messo da parte niente nell’estate ormai trascorsa, chiede alla formica qualcosa da mangiare, ma questa si rifiuta e la cicala muore. Senza pietà. Nessuna pietà. Non hai lavorato e devi morire, punto.

Con lo sguardo seguo ancora la colonna instancabile delle piccole lavoratrici, e noto ad un tratto un bruco, un bruco che si contorce assalito dalle formiche. Madonnina santa che brutto spettacolo! Va bene riempire il granaio per l’inverno ma non uccidendo lentamente, senza pietà, un povero bruco. Ancora la pietà. 

Colto da un moto di carità, con uno stecco alzo da terra il bruco e con ancora qualche vorace formica attaccata addosso lo lancio verso la salvezza, o almeno spero. Le formiche per terra riprendono immediatamente il loro andirivieni, senza alcun turbamento.

Rifletto. Certo che senza l’umana pietà la natura farebbe il suo corso, selezionando naturalmente ogni essere vivente, regalandogli la vita o la morte, dove poi, nella catena alimentare, la morte di uno significa la sopravvivenza dell’altro. Il forte vince e vive il debole perde e muore.

Ma io sono umano e vengo colto dai rimorsi. Chissà quante formiche d’inverno moriranno senza aver messo in dispensa quel bruco da me salvato. Sicuramente più di una, se considero il peso del bruco rapportato al peso di una formica. Per saperlo dovrei forse pesarli entrambi e dividere il peso del bruco per il peso di una formica, trovando così, in maniera molto approssimativa, il numero delle formiche che moriranno di fame. Per causa mia. Devo intervenire per ripristinare il corso della natura dando alle formiche qualcos’altro da mangiare. Si, ma cosa? Di cosa si cibano le formiche?

Assorto nei miei pensieri non mi ero accorto che, distrattamente, avevo appena estratto dal naso una Cellula Caliciforme, comunemente chiamata caccola, che ho quindi gettato per terra proprio in prossimità della colonna di formiche. Con grande stupore e soddisfazione ho visto la colonia gettarvisi sopra e iniziare il traino verso il granaio. Questa volta il caso, o forse il destino, aveva ripristinato il naturale corso della vita, le formiche avevano qualcosa da mangiare al posto del bruco, anche se non proprio delle stesse dimensioni. Che soddisfazione!

Suonano alla porta, ecco la persona che stavo aspettando. Lo accolgo e con una scusa lo invito a venire in giardino. Senza dare nell’occhio volevo sincerarmi che le formiche giungessero a destinazione con il loro prezioso carico. Mentre con lui parliamo butto ogni tanto uno sguardo al terreno, tutto procede al meglio.

Ma avevo fatto i conti senza l’oste. Si parla e si pesticcia, si pesticcia e si parla. Mi accorgo che con i piedi il mio ospite si avvicina pericolosamente alla colonna dei piccoli esseri operosi. Panico! 

Non ce l’ho fatta a fermarlo in tempo, ho purtroppo esitato a dirgli “Fermo…! ci sono alcune formiche che stanno trainando una caccola!”, ed è stata una strage. Povere, tutte o quasi morte schiacciate da un quarantatré di piede. Sparita anche la Cellula Caliciforme, forse attaccata alla suola numero quarantatré. Un disastro.

Rifletto ancora e accolgo tristemente la lezione di vita. 

Mai intervenire forzatamente sul corso delle cose, mai togliere un bruco dalle grinfie delle formiche.

Con affetto,

Lo Zingaro

Germano Zelli