Luigi Cristiani – Cuore scuro

Adele sentiva i temporali arrivare da lontano. Sentiva l’odore della pioggia nelle nuvole ancor prima che le nuvole si potessero vedere. E sentì lo schianto di quell’ulivo che doveva riparare il padre dei suoi figli, e che il padre dei suoi figli si portò via.

Lo sentì prima nel ventre, svuotato d’improvviso, e poi, distintamente con il pensiero l’ultimo respiro di mio fratello. Lo avvertì come un vento troppo freddo per quella stagione e strinse gli occhi per trattenerlo ancora un poco.

Adele vegliò suo marito per due giorni e due notti, senza che una sola lacrima bagnasse il suo viso. Accudì chi restava, accettò i doni di chi veniva a piangere per lei, perché lei non poteva piangere. Lei sapeva che la vita si riempie di vita; che una mancanza non può restare appesa a un ricordo.

A una lacrima poi…


Accettò anche il frutto del mio lavoro, un cesto di pane, e lo ripose nella credenza delle cose da consumare in fretta, così come da consumare in fretta era quel dolore.
Aveva foglie di ulivo e una presa di terra per salutarlo. E ancora doni da ricevere, mentre si allontanava da quello che non sarebbe più stato niente, niente di più che una parentesi di vita passata assieme a staccare a morsi la vita per crescere ulivi e figli. Qualcuno credette di averla sentita piangere, ma confuse quel pianto con il proprio.

Io mi avvicinai ancora una volta portando come dono il frutto del mio lavoro, impastato per l’ultima volta con l’olio, che era il frutto del lavoro di mio fratello, e lei illuminò il mio cuore scuro con quegli occhi di ghiaccio, spezzò un filone di pane e me lo riconsegnò.

Avrò fame stanotte, mi disse, portamelo stanotte, disse piano.

Adele abitava fuori dal paese, si doveva salire in cima e ci volevano gambe e buon fiato. E io avevo poco di tutte e due mentre le mani grandi, le stesse mani di mio fratello, nascondevano quel tozzo di pane.

Mi accolse un casolare povero di luci e di rumori; i figli dovevano dormire a quell’ora e io avrei potuto fermarmi per poco tempo. Trovai la porta aperta e un filo di luce che proveniva dalla cucina.
Entrai senza bussare e lei aveva un vestito leggero mosso dal vento che soffiava dalle finestre spalancate.
Pìù bianca della farina, mi venne da pensare, mentre si voltava con i capelli di grano che volavano nascondendole a tratti il viso.

Adele sapeva come colmare quel vuoto che ancora si nascondeva nel suo ventre. Sapeva che stava illuminando il mio cuore scuro mentre faceva scivolare la veste leggera e la sua pelle si confondeva con la luna. Sapeva che strapparmi il pane di mano mi avrebbe portato ad artigliarle i fianchi.

Adele lo voleva.

E non ero io dentro lei, non io. Non io sul suo collo, non sul suo seno non sulle sue labbra. Erano i giorni a venire cancellati da un fulmine, erano le sue paure che dovevano sciogliersi, erano tutte le lacrime, tutte, nel posto sbagliato. Tutte nel posto dove dovevano essere.
Morse il cuscino, e poi la mia carne e poi ancora il cuscino e mi mandò via. Forse allora la sentii finalmente piangere.

Io raggiunsi il forno in tempo per impastare la farina. Non ho più fatto un pane così buono, il paese mangiò il suo profumo l’indomani, e il suo dolore.

Adele non si concesse più, e il mio cuore rimase spento. Lei non fece nulla, aspettò. Aspettò di mordere ancora il cuscino nel dare alla luce un figlio; il paese lo accolse così come si accoglie un ritorno.

Io non mi avvicinai a loro.

Benedissi da lontano quel bambino, come fosse veramente il figlio di mio fratello.
Benedissi i suoi capelli di grano le sue mani grandi, la sua pelle di luna e il suo cuore scuro.

remote : Luigi Bruno Cristiano