Patrizia Raveggi – Il manoscritto rubato
Antefatto:
Taddeo – già monaco in un Paese che non è l’Italia, già chitarrista-concertista e front man di una band di successo, era entrato in panico per il caos seguito al corto circuito innescato dal feedback della sua chitarra elettrica durante un frenetico assolo. Taddeo aveva abbandonato la band, era fuggito, cambiando nome e Paese, fino a rifugiarsi in un’antica città di antica cultura dove era stato assunto come archivista nella Biblioteca centrale. (Aveva svolto per anni quella funzione nel suo monastero, quello della sua vita precedente, da monaco. Aveva una straordinaria perizia e una laboriosità ancora maggiore). Poi una notte si era effettuata una crepa nel suo esilio interiore, una incrinatura del silenzio, della sordità che lo stringeva al pari di un cilicio. E la chitarra, anch’essa esiliata, era stata riesumata dal fondo di un armadio. Taddeo non pizzica le corde, non ne estrae suoni: gli basta un tocco e sente un tremito sotto i polpastrelli. E quel tremito è sufficiente a incrinare di un millimetro il grigiore del suo equilibrio. Non è una resurrezione, non è un lieto fine, è solo una crepa. Ma a volte, come ci insegna la poesia, è da lì che passa la luce.
Alcuni giorni dopo, in un’altra notte di insonnia – e la chitarra resuscitata dal fondo dell’armadio gli giaceva ai piedi – Taddeo subisce un’altra ondata di memoria, non sa se è un incubo o un’allucinazione o un ricordo. Ha però un sospetto su cosa possa aver sprigionato quella morsa di ghiaccio, il senso di colpa che lo attanaglia.
Attanagliato dal senso di colpa e dall’umidità, intorpidito dal gelo, sul suo lettino nella camera ammobiliata Taddeo teneva gli occhi serrati. Tutto accadeva di nuovo, come allora (allora… quando?), in quella fossa aperta dove lo avevano gettato e poi – a palate – coperto di uno strato di un’argilla morbida e appiccicosa che gli impastava le braccia e gli si avvoltolava attorno alle gambe. Nell’incubo/allucinazione/ricordo lui è carponi, striscia e cerca di tirarsele dietro, le gambe: che non sentiva più, due tronconi estranei e insensibili. Tutto il corpo lo aveva tradito, paralizzato da quel freddo bestiale aizzato di tanto in tanto da folate di un vento cattivo, che tirava a far male, a scoraggiare i suoi tentativi di rotolare fuori dalla cassa di legno, strisciare fino ai fianchi viscidi della fossa, aggrapparsi a qualcosa (ci dovevano pur essere dei rampicanti, degli appigli anche minimi) e mettersi almeno in ginocchio. E ce l’aveva fatta. Le radici mezze fradicie dei rampicanti gli si troncavano tra le dita e i loro steccuti moncherini gli graffiavano la faccia, le gambe gli si piegavano sotto, ma alla fine era riuscito a raddrizzarsi, facendo leva su un mattone, su un ramo, si era sollevato fino in cima al muretto. E ci si era seduto sopra, tra cocci di bottiglia aguzzi e pietre ruvide, mezzo nudo com’era, esposto alle folate maligne della tramontana, tremante ma fiero perché ce l’aveva fatta. Il cimitero sotto la luna era silenzioso e accogliente, forse un vecchio cimitero sconsacrato, senza lapidi né fantasmi. Al di là del muretto di cinta, si potevano vedere altri cadaveri, auto abbandonate. Un potenziale rifugio dall’assideramento.
Rotolando giù da dove si trovava appollaiato si era fatto male, il colpo lo aveva stordito, forse era anche svenuto, poi l’abitacolo di un’auto sgangherata gli aveva dato ristoro dal vento e dalla morsa del freddo. E a questo punto Taddeo era tornato al presente, sobbalzando. La scena si era dissolta, lui teneva ancora gli occhi chiusi per non perdere i particolari, i due cimiteri, uno vicino all’altro, e una strada poco lontana, materializzatasi ai primi chiarori dell’alba.
L’incubo era svanito, ma sul comodino ancora si trovava ciò che lo aveva stimolato. Taddeo con la mano tastò il piano del mobiletto… era ancora lì. Un manoscritto che aveva rifiutato di essere archiviato. Lo aveva scoperto il giorno prima in un fondo inesplorato della Biblioteca. Un epistolario, una raccolta di lettere tra una gentildonna cittadina e una principessa straniera. Invece di informarne immediatamente la Direzione, aveva occultato la sua scoperta, aveva celato nella sua borsa quella fragilissima testimonianza di un amore di tanti secoli fa.
Il fortuito ritrovamento del manoscritto aveva allargato la crepa provocata dal tremito delle corde. Taddeo, che aveva da sempre rifuggito il caos, adesso constatava che quell’antico manoscritto poteva innestare un ritorno ancora più imprevedibile e violento di un catastrofico feedback acustico.
Quell’onda di ritorno aveva inceppato il suo sistema di regole, la sua capacità di tenere separati passato e presente, realtà e immaginazione, la sua capacità di mettere le cose al loro posto. Adesso erano le cose a lasciare il loro posto e a venirgli incontro. Il manoscritto aveva infranto il principio di base sul quale Taddeo aveva costruito il proprio esilio, la convinzione che ogni documento, ogni carta, ogni singola cosa, possa trovare una propria collocazione, essere siglata e archiviata.
Quel manoscritto non si lasciava archiviare.
Patrizia Raveggi
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