Sergej Lebedev – Il colpo mancato – trad. di Marili Pezzuto
“Il nostro orgoglio, la nostra gloria.”
Il titolo, stampato a caratteri cubitali, campeggiava sulla prima pagina del giornale cittadino. Di più grandi il capitano Černych non ne ricordava. Neppure quando il ministro dell’economia era venuto in città i titoli dei giornali erano stati così grandi.
Il nostro orgoglio, la nostra gloria.
Nostra… stra… ša… Le parole si dissolvono davanti agli occhi.
Aša, Aša… Rimbomba d’un tratto un’eco, un frammento di nome.
Nataša.
Černych s’impose di provare a leggere l’articolo ancora una volta.
Incontro solenne con i veterani dell’“Operazione militare speciale”. Parco cittadino, ore 17:00. Ingresso libero.
Anche il sottotitolo era nero, in grassetto, le lettere scivolose, appiccicose, come se non fossero state stampate con l’inchiostro, ma con il fango; quello delle strade nei boschi fuori città, dove ritrovavano i cadaveri.
Parco. Cittadino. Ingresso. Libero.
“Anche Nataša lo leggerà”, pensò Černych chiudendo il giornale. “Magari lo sta facendo proprio adesso.”
Il capitano ricordava perfettamente il suo volto il giorno del processo: la frangia storta, ridicola, come se il parrucchiere avesse fatto un pasticcio, che le copriva l’orbita vuota dell’occhio La sua voce: irreale e quasi assente, come se provenisse dall’aldilà. E l’occhio sinistro, quell’occhio vivo su quel volto morto: stava lì a fissare intensamente il banco degli imputati. A fissare Fakiro.
Černych allungò la mano verso il telefono, poi la ritrasse. Non aveva nulla da dirle. Si sentiva svuotato come se gli avessero portato via tutto, persino le prime gioie infantili.
Persino la vergogna non era più vergogna: era stata rimpiazzata da una stanchezza senza disperazione, senza moto morale.
Černych ricordò le parole dette a Nataša, alla vigilia della sua testimonianza in tribunale: “Fallo. T’imploro. Fallo per le altre ragazze. Solo tu puoi difenderle. Così lui verrà condannato all’ergastolo. Non tornerà più. Marcirà dietro le sbarre.”
Al tempo il capitano credeva in quello che diceva, ma dopo ne comprese la menzogna nascosta. L’aveva incaricata di fare ciò che lui stesso avrebbe potuto fare. Avrebbe potuto, ma non fece. C’era qualcosa che a Nataša non aveva mai raccontato. Qualcosa che sapevano solo lui, i suoi superiori, due uomini della squadra speciale e il tecnico d’armi.
Il colpo mancato.
Otto anni. Per otto anni aveva dato la caccia a quella bestia. A quell’essere disumano.
Otto anni, si ripeteva Černych, come se così potesse dimostrare qualcosa a qualcuno, convincere qualcuno di qualcosa.
Diciannove corpi. E su ognuno di essi le squadre della scientifica avevano lavorato tre giorni: animali selvatici, acque di disgelo. La più giovane aveva sedici anni, la più grande ventitré.
Rivedeva davanti a sé le fotografie. Le pagine dei rapporti medico-legali, fitte di righe scritte in una lingua fredda e impersonale, che cercava di tradurre in parole l’inimmaginabile, di spiegare con distacco ciò che non si può neppure concepire. Cose che – se le parole potessero davvero trasmettere la realtà – sarebbero state in grado di far crescere le unghie al contrario e il sangue si sarebbe raggelato.
Ricordava, con lo stesso distacco, la propria rabbia, ferita da quella sensazione opprimente di fallimento investigativo, perché l’altro aveva una fortuna diversa, bestiale: era lì vicino praticamente, non si nascondeva, eppure riusciva a non lasciare tracce, scivolando tra i secondi, i testimoni, le telecamere. Era del posto, conosceva la città, e la città conosceva lui, ma in un’altra, falsa, veste.
Parco cittadino, ore 17.00. Ingresso libero.
Černych riaprì il giornale. Lo rilesse, ingoiando l’umiliazione come fa un bambino: debolmente.
Parco cittadino.
Chi cazzo ha scelto il posto? Come se qualsiasi altro posto non sarebbe stato così beffardo. E lui stesso si rispose: “E dove, altrimenti? In città non esistono posti simili.”
L’indomani la polizia avrebbe dovuto circondarlo e adottare, come recitavano gli ordini, “tutte le possibili misure di sicurezza”.
Vale a dire: proteggere, fra gli altri, anche Fakiro.
Al parco cittadino.
In uno dei suoi posti di caccia preferiti. Lì dove caricava le ragazze in macchina dopo le serate in discoteca. E loro salivano. Sì, salivano, perché dopotutto lui era un insegnante di educazione tecnica e alla sicurezza.
E, per di più, era un prestigiatore dilettante: la stella di tutte le feste dell’istituto.
Černych ricordava gli attrezzi trovati nel suo garage durante la perquisizione.
Aveva di voglia di testarli tutti su Fakiro, soprannome attribuitogli dai giornalisti locali, che da allora rimase tale e che a lui stesso risultava più comodo usare per non chiamare la bestia per nome.
Sì, testarli tutti: tutti gli uncini, tutte le molle, così da farlo a pezzi.
Černych si lasciò prendere da quell’impeto, anche se sapeva già che era solo lo spettro della vendetta, solo uno spettro, spettro, spettro…
Il capitano tirò fuori dalla fondina la pistola di servizio e la posò sul giornale, esattamente sopra l’articolo in prima pagina “Il nostro orgoglio, la nostra gloria”.
Percepì ai margini della coscienza che si trattava solo di un gioco, una valvola di sfogo per la sua ferita – Amor proprio? Onore? – ma non poté resistere. Con cautela, per non prendere una decisione affrettata, si permise di immaginare: “E se domani… durante il discorso… o meglio ancora la mattina, davanti alla casa, proprio davanti a quella casa dove Fakiro aveva vissuto e dove ora era tornato… gli avesse teso un agguato…”
La pistola gli parve così affidabile, così potente, come se avesse potuto donargli anche solo un briciolo di risolutezza.
Černych la prese in mano, la portò all’altezza degli occhi e mirò al calendario appeso alla parete della cucina.
E d’improvviso si ritrovò a quel giorno in cui Nataša, riuscita a fuggire e a ferire Fakiro, li aveva condotti alla sua tana. Quando gli uomini delle forze speciali, protetti dagli scudi, vi fecero irruzione, Černych rimase in giardino, sebbene desiderasse trovarsi con loro in prima linea, a pregare che quel bastardo non alzasse le mani ma tentasse piuttosto di respingere l’attacco: così avrebbe potuto sparargli e chiudere la faccenda.
Nella casa fu fatto un gran casino: furono rovesciati i mobili, la porta della cantina venne sfondata… Ma Černych sentì troppo tardi il fruscio alle sue spalle. C’era un varco tra le baracche, pieno di spazzatura, barili arrugginiti, una bicicletta, il telaio di una serra. Era lì che Fakiro ferito si era rifugiato, e ora che era strisciato fuori, zoppicando e trascinando una mannaia arrugginita, andava dritto verso il capitano: si offriva lui stesso alla pallottola.
Černych fece un passo indietro, estrasse la pistola dalla fondina e mirò dritto al petto, intuendo che tutto era dove doveva, che il colpo era già partito e stava per esplodere, avrebbe odorato di polvere da sparo e colpito, e allora Fakiro sarebbe caduto su un mucchio di ferraglia arrugginita.
Una gioia feroce gli ribollì dentro, perché miracolosamente tutto stava andando come doveva, e nessuno poteva biasimarlo: Fakiro attaccò un agente. Fu la terra, allora, a spingerlo contro le suole delle scarpe, a dirgli: “Spara, altrimenti questo continuerà a vivere, a mangiare, a respirare, a sentire caldo e freddo.” Premette il grilletto.
Ma la pistola fece solo un crepitio ridicolo, uno scatto secco, come quello di un accendino. Non era carica, era come un oggetto di scena. Mentre la mannaia di Fakiro si caricò di forza ferrea, la forza di un colpo netto…
Alle loro spalle, sopra le loro teste, partì un colpo di avvertimento, e un agente urlò: “A terra, bastardo, a terra!”
Fakiro, tozzo, panciuto e con i capelli neri ritti sulla testa, gettò via la mannaia e si lasciò cadere sulle ginocchia, per poi sdraiarsi sui trucioli di legno. E mentre gli agenti lo immobilizzarono, si mise a fissare Černych come a dire: “Imbecille, volevi farlo ma non ci sei riuscito.”
Il nostro orgoglio, la nostra gloria.
Il capitano spostò la pistola e rilesse quelle parole.
Era la stessa pistola.
La scientifica stabilì che la cartuccia era difettosa. In seguito Černych ci aveva sparato altre volte.
Eppure, ora gli sembrava di nuovo che la pistola non fosse vera. E che anche lui, Černych, non fosse reale. E che anche il giornale non fosse reale.
Solo Fakiro gli sembrava reale.
Reale, visto che era riuscito a tornare.
Fakiro fu condannato all’ergastolo. Lo trasferirono alla Senza Nome, una colonia penale punitiva nel Nord del Paese da cui nessuno esce vivo. Si diceva che le guardie si sarebbero “prese cura” di Fakiro, dopotutto, laggiù i detenuti muoiono, e la bestia aveva alzato le mani contro un agente… Certe cose non si perdonano!
A Černych non importava cosa si inventassero le guardie. “Lasciatelo vivere. Lasciatelo marcire. Lasciate che il Nord lo finisca, che il freddo inverno gli geli il sangue, che la notte polare gli divori il cervello. Lasciatelo soffrire.” Černych pareva aver trasferito la sua vendetta sulla colonia e sul clima nordico, per dimenticare quel sentimento di fallimento, per smettere di pensare a cosa fosse dovuto quel colpo mancato: una semplice casualità, oppure la pistola non aveva sparato perché in realtà non aveva quel coraggio che si attribuiva.
A lui concessero la promozione anticipata a capitano. E gli conferirono l’Ordine del Coraggio.
Ora in città c’erano due cavalieri dell’Ordine.
Lui.
E Fakiro.
Durante il suo discorso finale al processo, Fakiro non si dichiarò pentito. Dalla cella di sicurezza iniziò a guardarsi intorno, tanto che anche le guardie più esperte si irrigidirono, e disse quella che sembrò essere la prima cosa che gli venne in mente: “Ci rivediamo.”
I parenti delle vittime non ressero: “Crepa, bastardo, crepa”. Fakiro si incupiva, aggrottava la fronte come se non capisse perché quelle persone gli urlassero contro, perché lo odiassero così tanto.
Per un attimo Černych si sentì scosso. Sapeva che nessun giudice avrebbe mai riaperto il caso di Fakiro, non importa quanti ricorsi avrebbe presentato, niente al mondo lo avrebbe salvato dall’ergastolo; la colonia penale Senza Nome era un biglietto di sola andata, di lì non si scappava… eppure, per un attimo, le parole di Fakiro parvero avere un peso.
Seppellì quel sentimento. Si scrollò di dosso tutto, gli venne data una promozione. Il tempo passò.
Eppure, continuava a contare gli anni della condanna di Fakiro. Uno, due, tre, quattro, cinque… Gli anni aumentavano, e ogni anno che passava Fakiro sembrava sprofondare sempre più nella terra, in quella terra arida del Nord dove un giorno, nel cimitero della colonia, sarebbe stato sepolto.
Nataša lo chiamò un paio di volte. Era rimasta in città. Lavorava in una sartoria, si era rivelata essere una sarta eccellente. Černych una volta le aveva persino portato una giacca da sistemare (aveva messo su un po’ di pancia), e mentre guardava come segnava il tessuto con il gesso, come l’ago della macchina da cucire lavorava, pensò che stesse rattoppando qualcosa che aveva strappato Fakiro, qualcosa che ci avrebbe impiegato tutta la vita a ricucire.
Avevano qualcosa in sospeso, il capitano e la sarta, ma non ebbe il coraggio di decidere: a causa di quel colpo mancato, lui non fece nulla ed era come un sassolino nella scarpa, un’inutile amarezza.
“Meglio che non l’abbia fatto”, pensò, leccandosi delicatamente le labbra. “Meglio così.”
Il 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione, Černych, in conformità con gli ordini ricevuti, convocò il personale del dipartimento distrettuale centrale e lesse le istruzioni: aumentare la vigilanza e non consentire manifestazioni non autorizzate. Pensò tra sé e sé: “Era ora. Una volta per tutte. Nessuna diplomazia fasulla, nessuna seccatura. Prendiamo ciò che è nostro. Senza colpi mancati.”
E invece, al parco, vicino alla fontana coperta di compensato per l’inverno, c’era una manifestazione. Beh, non una gran manifestazione, c’erano dieci gradi sotto zero, quindi c’erano forse quindici persone. Tenevano un cartello, un foglio bianco con una colomba disegnata sopra. Allora lui urlò attraverso il megafono: “Disperdetevi, cittadini”, ma pensò: “Perché una colomba? Sono pazzi?” Riconobbe tra i presenti Nataša, con una pelliccia di cane che lei stessa aveva cucito. Una sensazione di disgusto e sgomento lo assalì: “Perché sei qui? Con chi sei? Con delle bestie? Con dei fascisti?” Avrebbe voluto scuoterla finché la giacca non si fosse rotta, finché i bottoni non si fossero staccati.
Lungo i bordi della piazza si schierò un plotone armato di scudi. I visori dei loro caschi si abbassarono di scatto. La folla si disperse nel crepuscolo, lasciando su un cumulo di neve il cartello con la colomba, che Černych calpestò, affondandolo nella neve ghiacciata e zuccherina.
Il capitano guardò di nuovo il titolo.
Il nostro orgoglio, la nostra gloria.
Fece scorrere la pistola sul giornale, come se volesse trovarle la posizione corretta.
Ma non la trovò.
Portò la pistola alla tempia. Poi la fece scendere fino alle labbra. Il freddo del metallo gli parve aspro. Sapeva che era un gioco, che non avrebbe avuto la forza di spararsi, eppure fece scorrere la pistola sulla fronte, come a costruirsi un alibi agli occhi di qualcuno: vedete, volevo, ho cercato, ho esitato…
Rimise la pistola sul giornale.
Gli era rimasto un sapore aspro in bocca.
Lo stesso gusto acidulo gli era salito all’improvviso quando aveva saputo che dalle colonie avrebbero reclutato dei prigionieri per mandarli in guerra. Al Servizio Penitenziario Federale era stato detto che chiunque sarebbe andato bene, tranne coloro che avevano una condanna politica.
All’inizio non pensò a Fakiro. Era solo arrabbiato: “Come è possibile? Un atto di clemenza presidenziale? Per tutti quei bastardi? Quelli che lui, e altri come lui, avevano messo in galera? Ma come è possibile? Sono completamente impazziti? Si sono bevuti il cervello?”
Dentro di lui qualcosa si mosse e pensò: “Se adesso sono dalla nostra parte quelli lì, allora chi siamo noi?”
Chi siamo noi?
Fu allora che pensò a Fakiro. Aveva trascorso otto anni dentro. Aveva l’età giusta: quarantanove anni. Lo avrebbero rilasciato, si sarebbe offerto volontario. Lo avrebbero rilasciato.
Quella sera, dopo la riunione, chiamò da parte un collega, il capitano Nefëdov, con cui avevano dato la caccia a Fakiro, e gli chiese senza mezzi termini: “Hai sentito del reclutamento? Il nostro uomo verrà rilasciato.”
Nefëdov rispose perplesso: “Meglio così. Li mettono nei battaglioni di disciplina, sono carne da macello. Mio cognato è comandante lì, in una compagnia militare privata. Li mandano a morire. Smaltimento. Qualcuno l’ha pensata proprio bene.”
“Smaltimento”: quella parola si impresse nella mente di Černych.
“Smaltimento” spiegava tutto così bene che accettò la logica di Nefëdov.
Smaltimento. Non li lasceranno andare. La scarcerazione è solo fumo negli occhi, un’esca. Rimarranno tutti lì. Li consumeranno tutti. Schegge, proiettili, fuoco nemico, fuoco amico. E allora Fakiro uscirà semplicemente per morire.
“Il nostro orgoglio, la nostra gloria”, lesse di nuovo Černych, e gli parve che le lettere si stessero storcendo, che gli facessero delle smorfie.
Anche le lettere sui canali Telegram che leggeva di notte, ubriaco, gli facevano le stesse smorfie. Nefëdov gli aveva passato il primo link: aveva scoperto, tramite le sue conoscenze, che Fakiro era davvero uscito, e aveva trovato il canale della sua unità.
Immagini pazzesche: caos, fughe, spari da un edificio all’altro, o sagome fotografate da un drone, non si capiva un bel niente. Ma Černych comunque era incollato allo schermo: voleva vedere Fakiro, o meglio ancora, la sua morte, perché la terra non avrebbe sopportato più un bastardo del genere.
Dal lato ucraino, sparavano, sparavano forte, e Černych si accorgeva che in fondo desiderava che sparassero ancora più forte, che la pallottola, quella col nome di Fakiro, uscisse presto dalla canna. Certo, quello era il nemico. Ma un nemico necessario, un nemico che per Černych poteva fare il lavoro sporco.
Più tardi, come se avesse oltrepassato il limite, Černych iniziò a controllare anche i canali ucraini. Prima il canale della brigata che si trovava di fronte all’unità di Fakiro. Poi i canali di altre unità vicine. Sottodivisioni di operatori di droni.
Installò una VPN. Cancellava le cache ogni mattina. Se mai avessero visto la cronologia, per lui sarebbero stati guai seri.
Non si accorse nemmeno di come vi si fosse immedesimato; ormai guardava tutto attraverso i loro occhi, attraverso le lenti delle loro telecamere. Tifava per loro, come si fa per una squadra sportiva. E più si avvicinava il termine di sei mesi, dopo il quale Fakiro avrebbe potuto lasciare l’esercito, più ferocemente e disperatamente Černych scorreva i feed stranieri, cercando, guardando gli stessi filmati una dozzina di volte. Non provava più vergogna. Di notte era un’altra persona, non aveva più una fazione: non apparteneva né a questo né a quel posto, pregava che il proiettile colpisse Fakiro, promettendosi che dopo non avrebbe mai più guardato quei feed, “ammazzatelo, ammazzatelo”, senza commettere errori, senza colpi mancati.
Al quinto mese, durante l’adunata, l’unità di Fakiro fu colpita da un lancio di razzi. Quattro clip: due da fonti ucraine e due russe, come se stessero cercando i sopravvissuti. Fumo, esplosioni, corpi mescolati agli alberi, macchine in fiamme, la camera saltava di qua e di là, ora a terra.
Fu allora che Černych vide Fakiro per la prima volta.
Vivo.
Per un secondo appena.
Sedeva dietro la cucina da campo, che lo aveva protetto dalle schegge: si stava togliendo la zuppa mescolata al sangue dal viso.
Digrignava i denti.
Alcuni di loro, pare cinque, sopravvissero. La notizia era ovunque.
La rabbia di Černych nei confronti dell’operatore del lanciarazzi per aver sprecato quelle risorse era così grande che, ubriaco, iniziò a scrivere un commento su un canale ucraino: “Voi, idioti del cazzo, non siete nemmeno riusciti a colpire come si deve…”
Per fortuna tornò in sé. Prima di premere invio, capì cosa stava scrivendo, dove e a chi.
Mise da parte il telefono. Incrociò le mani davanti al viso, come per pregare. Fece un respiro profondo. Cancellò Telegram dal telefono e su YouTube avviò l’inno della Russia: si mise sull’attenti come in un assetto solenne e intonò, unendosi al coro: “Russia, la nostra grande potenza…”
Ma dopo una settimana non resisté. Scaricò di nuovo Telegram. Sembrava il momento giusto. Voleva solo dare un’ultima occhiata. Scorse i canali vide un nuovo video degli operatori di droni ucraini. Qualcosa su un orco sfortunato.
C’era un ometto che correva veloce, intorno a un albero, prima a sinistra, poi a destra, mentre un drone lo seguiva come una libellula impazzita. L’ometto sembrava attirare il drone sempre più vicino a sé, sempre più vicino. La telecamera di un secondo drone si avvicinò per un primo piano. Era Fakiro, stranamente scattante e più magro. Era il suo viso. Erano i suoi movimenti. Deviò di lato e si tuffò come un pesce in una trincea. Il drone, come una libellula veloce, lo seguiva, ma tutto fu avvolto dal fumo e le assi saltarono in aria.
Apparve una frase sullo schermo: “Meno uno.”
Černych più lo guardava più non ne aveva abbastanza; lo guardò una seconda volta, una decima, una ventesima; avrebbe voluto mandarlo a Nefëdov, ma si trattenne, dopotutto era un canale ucraino. Sussurrò, dietro lo schermo, all’operatore del drone: “Dai, dai, dai, un po’ più a sinistra, e ora esplodi!”
Meno uno.
Dopo due settimane il capo della sua divisione lo chiamò. Gli disse che Fakiro sarebbe tornato. Era ferito. Graziato, decorato con l’Ordine del Coraggio e congedato per invalidità. E nient’altro. Vai, torna al lavoro.
Černych ebbe appena il tempo di stupirsi della facilità con cui, senza opporre resistenza, aveva accettato tutto questo. Come se non si fosse rallegrato con quella presunta morte, come se non fosse rimasto sveglio tutta la notte a guardare i canali Telegram.
Come se fosse fatto di qualcosa di molle e potesse assumere qualsiasi forma. Come se avesse saputo in anticipo che sarebbe andata così e avesse solo recitato, immaginato tutte le sue emozioni.
Il nostro orgoglio, la nostra gloria.
Černych lo lesse ad alta voce, in modo ironico, con un tono nasale: il nostro orgoglio, orgoglio, orgoglio.
“Questa è la politica ora”, gli disse Nefëdov nella sala fumatori, come se si fosse dimenticato il suo discorso sullo smaltimento.
“Ha scontato la sua pena e ora è libero. Ne faranno degli eroi. Il vento del Nord.”
“E allora?” chiese Černych a mezza sfida.
“E niente!” rispose Nefëdov nervosamente. “Riprenderà le sue vecchie abitudini e finirà dentro nuovamente. Ora non serve all’esercito. Non tornerà libero una seconda volta. E tu basta con questa storia. Sono cose che possono succedere.”
“Cosa sarà successo nella trincea?”, si chiese Černych. “Sarà rimbalzata una granata? Sarà esplosa proprio all’ingresso, mentre Fakiro si nascondeva dietro qualcosa o qualcuno?”
Ci pensò, ma in realtà non gli importava.
Il nostro orgoglio, la nostra gloria.
Incontro solenne con i veterani dell’“Operazione militare speciale”. Parco cittadino, ore 17:00. Ingresso libero.
Fakiro sarebbe stato lì, in prima fila. Ma non lo avrebbero lasciato salire sul palco, e questo era già qualcosa.
Černych lo aveva già visto. Di profilo, per strada. Lo aveva visto uscire dal supermercato con un cartone di kefir, che beveva camminando, al volo. Nel mentre, un rivolo biancastro gli scendeva lungo il collo, e Černych aveva pensato che fosse sangue bianco, qualcosa di strano, di disumano.
“Aspetterò, aspetterò”, si disse Černych, conscio del vuoto e dell’insignificanza di quelle parole.
Decise di chiamare le famiglie delle vittime la sera prima dell’evento. Decise di avvertirle lui stesso. Lo riteneva necessario.
“Sìììì”, rispose la madre della penultima ragazza uccisa. “Sìììì. E poi ho anche il figlio maggiore e mio marito impegnati nell’operazione speciale. Così vanno le cose.”
Non chiamò più nessuno.
Il nostro orgoglio, la nostra gloria. Lo lesse con indifferenza, senza storpiarlo.
Rimise la pistola nella fondina.
Aveva sete.
Aprì il frigorifero. C’era solo del kefir, vecchio ormai, probabilmente acido. Ma lo bevve fino all’ultima goccia, poi tornò al tavolo e disse: “Ecco come vivremo, zia Lucia”, anche se non aveva nessuna zia Lucia, il nome gli era venuto fuori.
Černych guardò l’orologio: le 7:32.
Era ora di andare in ufficio. Bisognava cambiare alcune cose nel programma dell’evento che si sarebbe tenuto il giorno dopo: ci sarebbero voluti quattro metal detector, non tre.
Ci sarebbe stata molta gente.
Tradotto dal russo da Marili Pezzuto
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