Stefano Giannotti – La tigre

Fu così che vidi la tigre.

Non so descrivere con esattezza il mio stato d’animo di fronte al felino, la logica umana non prevedeva che quella sera, in quella strada, potessi trovare una belva feroce. La tigre era sempre stato il mio animale preferito da quando lessi per la prima volta Sandokan, in un’edizione presa nella biblioteca comunale e arricchita da una decina di illustrazioni a colori, tra cui quella dove, fra le canne del bambù, si decifravano le strisce di una possente tigre. Immaginarla però era molto più affascinante che trovarsela di fronte a pochi metri.

Razionalmente potevo prevedere una frana, un incendio, un ladro, un pazzo o addirittura la caduta di un cornicione ma non un felino di cento chili che si muoveva nervosamente in cerchi concentrici. Maledissi di non aver mai letto che cosa significassero i suoi passi, se fossero smarrimento perché lontana dalla sua jungla o strategie prima di un attacco da predatrice. Aprì la bocca e tra le sue possenti zanne scorsi le fauci, tra tutte le fini delle mie membra mai avrei pensato fossero nutrimento di un animale feroce. Un possente bruito squarciò il silenzio.

Cercai di ragionare bloccando le mie paure e tirando fuori delle ipotesi per quella assurda situazione. Ne ebbi soltanto una e assai plausibile, del resto tolto l’impossibile quello che resta, per quanto assurdo, deve essere la verità. Ringraziai Sherlock Holmes e mi tranquillizzai, stavo solo sognando, da un momento all’altro mi sarei destato e la tigre sarebbe svanita. Come se avesse letto i miei pensieri la belva fermò il suo moto e puntò gli occhi verso di me, forse era pronta all’attacco. Non era ammissibile mettersi a correre e fuggire, mi avrebbe afferrato con due balzi. Nella scelta tra panico e pazzia scelsi quest’ultima, le follie sono le uniche cose che non si rimpiangono mai, disse le scrittore.

Con voce profonda parlai al felino.

«Vuoi spiegarmi cosa ci fa una tigre a Piombino in prossimità del porticciolo? Vuoi tornare in Asia con una barca? Guarda che è molto lontano e tu non sei Richard Parker.»

Non successe nulla e rimanemmo fermi entrambi. Ero dispiaciuto perché da quella posizione, se fossi diventato cibo per la tigre, rischiavo di non esaudire il solo desiderio dalla mia insignificante vita: vedere il mare quell’ultima volta.

Si narra che non ricordiamo come siamo arrivati in un certo luogo quando sogniamo, ma purtroppo ricordavo perfettamente di essere uscito di casa per fare una passeggiata con l’obiettivo di scendere via del Fossato, sentire l’odore delle barche e delle alghe farsi sempre più intenso fino a vedere la distesa azzurra con l’Elba sullo sfondo. Non avevo conferma di essere in un sogno e perciò dovevo agire come fosse realtà.

Era in ogni caso una strana realtà, una tigre per le strade di Piombino era un avvenimento che sarebbe stato ricordato per sempre nei bar e sui giornali, non comprendevo però perché non vedessi anima viva intorno a me. Non era la prima volta che facevo quella passeggiata, malgrado la zona a traffico limitato incrociavo sempre persone in scooter o a piedi come me, adesso invece potevo assomigliare a Vincent Price, se non l’ultimo uomo sulla terra almeno il solo a Piombino. Alzai gli occhi sperando di scorgere qualcuno alla finestra ma erano tutte serrate e ricordai con malinconia quando da piccolo, giocando per strada, qualsiasi marachella combinassi, c’era sempre una donna affacciata che gridava: «Ora lo dico alla tua mamma!»

In una strada di Piombino avevo di fronte a me una tigre e intorno nessuno che mi potesse dare una mano, non avevo una minima idea di come togliermi da quella situazione e accettai l’idea che a breve sarei stato divorato dalla belva. Fui contento di mantenere una profonda razionalità, non sarebbe servito gridare né fuggire, non ero troppo vecchio per morire ma nemmeno troppo giovane per negare di aver vissuto, continuando a fissarla feci una lista di tutti gli oggetti che non avrebbero mai saputo della mia fine. La chitarra sul dondolo (che rimpianto non aver imparato quell’arte!), i tanti dischi tra cui quello con una rosa secca ricordo di un amore lontano, i libri e la foto del viaggio in Argentina, il biglietto del concerto di David Bowie, l’anello di nozze di mio padre, in una parola sola il mio tempo.

Terminato l’elenco di ciò che avevo, stavo per iniziare quello di ciò che non avevo fatto, dalla visita all’Ermitage al bacio non dato, quando una folata di vento improvvisa fece sbattere una finestra e quell’imprevisto forse mi avrebbe salvato perché la tigre si girò, forse impaurita. Non ci pensai due volte e scattai in via Casalini, poi di corsa girai a destra, quindi a sinistra. Procedevo senza guardarmi attorno, desideravo solo fuggire dalla fiera.

Qualche minuto dopo rallentai il passo e tirai un sospiro di sollievo, non era ancora giunta la mia ora. Mi accorsi di essere in una stretta via che non avevo mai percorso prima, assai tortuosa e ancora con le finestre tutte chiuse. Il mio unico scopo era tornare a casa perché la tigre poteva essere alla mia caccia e con il suo potente fiuto mi avrebbe presto rintracciato.

Ripresi a correre e al primo incrocio girai a sinistra, poi a destra e ancora a manca ma era come se mi fossi perso, anche se le case erano tipiche della città vecchia non avevo memoria di quegli scorci. Ad ogni angolo guardavo in alto per leggere il nome delle vie ma erano assurdi: Alvarez, Cabello, Del Signo. Era tutto terribilmente strano e lo fu ancora di più quanto mi resi conto di camminare da oltre mezz’ora senza aver visto anima viva, fosse un gatto o un cane.

Quando cammini per vicoli non simmetrici è molto facile perdere il senso dell’orientamento ma Piombino non è una grande città, avrei dovuto già essere nel centro o almeno riconoscere una casa o un edificio. Pensai di fare un’azione astuta segnando nel muro il mio passaggio e con le chiavi di casa incisi le mie iniziali, ripetendo il gesto ad ogni incrocio. Lanciai un’imprecazione quando mi resi conto di essere tornato dopo cinque minuti al punto di partenza. Era inattuabile costruire tra le strade di Piombino una scala di Penrose, se una tigre per strada era da considerarsi un evento improbabile, una scala infinita era impossibile, trattandosi di una semplice illusione ottica.

Iniziavo anche a essere stanco, era però necessario mantenermi lucido per riuscire a tornare a casa ma per fortuna la mente sa aprire cassetti importanti al momento giusto. Un labirinto è un edificio costruito per confondere gli uomini; la sua architettura, ricca di simmetrie, è subordinata a tale fine. Questa frase letta tanto tempo fa uscì fuori da sé, come se sapesse che avevo bisogno di lei. Se l’oggetto di un famoso disegno di Escher era impossibile, un labirinto non era da escludere e il mio obiettivo adesso era di uscirne, avrei pensato in seguito al perché esistesse e come ci fossi entrato.

Avrei potuto camminare appoggiando la mano contro il muro senza mai toglierla e avrei sicuramente trovato l’uscita ma senza percorrere il cammino più corto. Scelsi un altro metodo che conoscevo, quello di Trémaux, anche perché avevo già segnato numerosi incroci. Dopo aver ignorato le strade con il doppio segno e molto peregrinare finalmente mi ritrovai in una piazza.

Una parte della facciata in mattoni rossi e la serie di archetti pensili mi fecero capire di essere in Sant’Antimo ma era l’unica veduta architetturale perché tutto il perimetro della piazza era occupato da specchi e tanti altri ce ne erano al centro. Mi vidi riflesso nelle più svariate forme regolate dalla convessità e concavità. Se il poeta disse che gli specchi sono abominevoli perché moltiplicano il numero degli uomini, figuriamoci questi che stavano riproducendo centinaia di volte me stesso. Provai un enorme fastidio, vedere la mia immagine speculare era sempre stato il terrore della mia vita, sia perché non era quello che pensavo di essere, sia perché giorno dopo giorno proponeva la decadenza del corpo. Ricordai una frase di Chaplin, lo specchio è il mio migliore amico perché quando piango non ride mai. Io non lo avevo mai percepito come amico. Mia nonna aveva in sala due specchi uno di fronte all’altro, quelle ripetute e infinite immagini di me stesso erano un terrore dalle quali fuggivo. Quante notti avevo sognato di vedermi riflesso con una maschera e provavo timore all’idea di strapparmela e vedere il mio vero volto

Guardando soltanto per terra mi avvicinai al lato opposto dove avevo notato un piccolo pertugio. Non senza sforzo lo allargai per poterci passare e allontanarmi dalla piazza, ne avevo passate fin troppe.

Mi ritrovai in via Ferruccio e notai con piacevole sorpresa che la Casa delle bifore aveva la porta aperta. Alzai lo sguardo verso le splendide finestre e vidi il riflesso di una luce, forse avrei trovato qualcuno a cui chiedere spiegazione della desolazione che c’era oggi a Piombino. Feci per entrare quando percepii qualcosa di strano, mi fermai e con coraggio guardai alla mia sinistra. In cima alla salita vidi di nuovo la tigre muoversi avanti e indietro come fosse in una gabbia. Non ebbi paura stavolta, quando si è provato qualcosa, sia esso dolore o angoscia, riviverlo non ci crea più problemi. A essere sincero provai tenerezza per la belva che avrebbe voluto essere nella sua jungla dove l’aspetterebbero viscere tremanti, delizia al suo appetito cieco, ma che per uno strano gioco del destino era in una città che forse non conosceva. Sorrisi ed entrai.

C’era un silenzio assordante e la carenza di qualsiasi rumore, fosse anche quello delle mie scarpe, mi terrorizzava più della tigre per strada. Era proprio vero, ci rendiamo conto dell’importanza delle cose quando ne subiamo l’assenza, la luce per un cieco, il pane per un affamato, mio padre per me. Aumentai l’andatura sulle scale per giungere al piano dove supponevo ci fosse qualcuno. Finalmente nella sala vidi un uomo seduto su una sedia con i braccioli, indossava una giacca doppio petto con una cravatta a righe. I capelli grigi erano lunghi e pettinati all’indietro, al suo fianco un bastone di legno. In mano aveva un libro e fu con interrogativa sorpresa che vidi essere uno dei miei.

«Buonasera», dissi con voce bassa ma l’uomo continuò a leggere.

«Mi scusi, posso disturbarla?»

Alzai il tono ma nessuna risposta.

«Senta non c’è nessuno per strada se non una tigre. La piazza è circondata di specchi.»

«Nessun labirinto?»

«Esatto, anche quello ho trovato, non ci facciamo mancare niente. Sa dirmi che sta succedendo?»

«Che città è questa?»

«Mi sta prendendo in giro?»

«Assolutamente.»

«Non sa che siamo a Piombino?»

«Non la conosco.»

Era tutto irreale, adesso avevo anche trovato un pazzo.

Uscii dalla stanza e cercai nelle altre senza trovare anima viva, avrei voluto urlare per la disperazione. Pensai a casa mia come un porto sicuro, mi sarei coricato e avrei fatto un bel sonno, una volta riposato tutto sarebbe tornato normale. Scesi le scale ma per strada vidi ancora la tigre. Non capivo perché stesse ferma davanti alla porta senza entrare e sbranarmi.

Rimasi immobile per un tempo imprecisato, avevo brama di vedere persone, di stare in compagnia, questa solitudine mi stava annientando. Come antidoto ripensai ai pomeriggi trascorsi al Luna Park in compagnia dei miei amici, alle serate alla sagra in Piazza Dante, ai concerti, alle partite allo stadio.

Probabilmente anche un vecchio folle poteva essermi d’aiuto e tornai nella stanza dove avevo trovato quell’uomo, sperando che un imprevisto mi potesse salvare.

Lo ritrovai nella stessa posizione con il libro in mano. Non alzò gli occhi sentendomi arrivare ma continuò a leggere. Mi avvicinai alla finestra, la tigre era ancora lì. Mi ritenni sfortunato, non si vedeva il mare.

L’uomo si decise a parlare.

«Questa parte del suo libro mi ha ricordato un mio racconto. Avrebbe dovuto trovare un linguaggio con meno metafore, in molti non riescono a capirle.»

Fu solo dopo queste parole che vidi tra le sue mani il mio libro più amato.

«Io avrei copiato un suo racconto?»

«Non mi metta in bocca parole che io non ho detto, nessuno ha mai copiato né mai lo farà perché tutto è già stato scritto.»

Non volli insistere ma dovevo soddisfare un dubbio: «Come fa a sapere che sono io l’autore del libro, non c’è una mia fotografia sulla copertina».

«Non lo so, forse la sto sognando.»

L’uomo aveva una voce talmente profonda e ammaliante che mi dimenticai dell’assurdità che stavo vivendo.

«Che parte sta leggendo», chiesi molto incuriosito.

«Questa in cui le viene proposta la memoria di Borges, brillante idea. Io scrissi di Shakespeare, lei ha scritto di me.»

Mi presi la testa tra le mani, ero nella Casa delle Bifore in compagnia di uomo che credeva di essere Borges e con una tigre per strada.

«Quindi lei crede di essere Borges?»

«Non lo credo ma disgraziatamente lo sono.»

Sorrisi, era una sana follia.

«Senta Borges, mi sa dire perché non c’è nessun uomo a Piombino eccetto lei e me?»

«Forse perché altre persone non sono essenziali alla vicenda.»

«Quale vicenda?»

«Questa che si sta consumando adesso.»

Cercai di farlo ragionare.

«Lei non può essere Borges perché lui è morto quasi quarant’anni fa.»

«Io identifico non solo l’atto di scrivere ma anche quello di vivere con il sognare.»

Anche se non poteva essere lo scrittore argentino parlava in modo enigmatico come lui.

«Non riesco a comprenderla.»

«Quando sogniamo siamo insieme il teatro, gli attori, il dramma e l’autore.»

Stavo perdendo la pazienza. Mi affacciai alla finestra ma la tigre era sempre là sotto nel suo continuo movimento su e giù.

«Per strada non c’è nessuno, soltanto un animale di oltre cento chili e lei pensa al sognare.»

«A me succedo questo: avendo purtroppo compiuto da poco ottantasei anni conosco già i miei sogni e ho imparato a controllarli. Quando sogno, al suo contrario, so di sognare e per questo riesco ad addomesticare i miei incubi.»

«Quali sarebbero i suoi incubi?»

«Il più terribile è il labirinto ma anche lo specchio non è da meno.»

«Di solito il mio è la solitudine ma in questo momento è quella tigre che mi impedisce di tornare a casa.»

«Non mi pare un grosso problema.»

«Ha una soluzione?»

«È chiaro. Stiamo vivendo un sogno, resta da capire chi di noi due ne è il proprietario.»

«Era pure una mia ipotesi ma che poi ho scartato.»

E se tutti noi fossimo sogni che qualcuno sogna, pensieri che qualcuno pensa? Questa frase aleggiava nella mia mente, tesi surreale ma plausibile. Per le vie di Piombino non c’era nessuno eccetto una grossa tigre, mi trovavo in una stanza in compagnia di Borges. Nessuno mi avrebbe mai creduto, non restava che dare per certo di essere in un sogno. Dimenticai la tigre e mi sedetti accanto a Borges, chi stava sognando la scena prima o poi si sarebbe svegliato, fino ad allora mi sarei goduto il momento. «Se non hai niente da fare potresti leggermi il tuo libro.»

Non avrei potuto desiderare niente di meglio. Iniziai la lettura aspettando si destasse il sognatore.

 

Stefano Giannotti

 

(COMMENTO AD INIZIO RACCONTO)

Di solito pubblichiamo racconti più brevi, questo risulta una gradita eccezione. Cita Borges e Piombino, Stefano lasciandoci sospesi a metà tra realtà e sogno. Non potevamo che concedergli spazio, raccontando della terra del Foglio con così tanta grazia, omaggiandola con prosa che si libra in punta di spuma.

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