Yuli Cruz Lezcano – Poesie di un bambino autistico
Poesie di un bambino autistico
Segno di interrogazione
Mia madre non mi ha mai capito.
Provava a strapparmi il computer
come si tenta di togliere una candela
all’unica stanza ancora illuminata.
Diceva che mi stavo perdendo,
che dovevo uscire, parlare, vivere,
ma io non sapevo spiegare
che quel monitor era l’unica porta
dove il mondo non urlava troppo forte.
Allora arrivavano i litigi.
Le parole cadevano sui muri
come piatti rotti.
Mio padre, mia madre, il pianto,
le accuse,
il mio nome pronunciato
come fosse un problema da risolvere.
E io sparivo.
Mi chiudevo nel letto
coprendomi perfino la testa
come fanno i bambini
quando credono che il buio
possa proteggerli dal mondo.
Tre giorni.
Tre giorni senza mangiare,
senza parlare,
senza esistere davvero.
Sentivo il tempo marcire nella stanza
insieme all’odore delle coperte,
mentre fuori continuavano la vita
senza sapere come raggiungermi.
Poi c’era mio fratello.
Quattro anni più piccolo
e già costruito meglio di me.
Lui sì che era bravo,
intelligente,
capace di stare tra gli altri
senza sembrare un animale ferito.
Lo guardavano con quella luce negli occhi
che a me non apparteneva.
Ed è lì che qualcosa nacque davvero.
Non era tristezza.
Non era amore.
Era rabbia.
Era gelosia.
Quelle sì che le sentivo.
Mi attraversavano il petto
come cani neri lasciati liberi nella neve.
Perciò non è vero
che io non provassi emozioni.
Le emozioni c’erano,
solo che avevano denti strani,
forme sbagliate,
nomi che nessuno voleva ascoltare.
Io non sono di questo mondo.
Lo sento da sempre.
Cammino tra gli esseri umani
come un errore di stampa
rimasto dentro un libro sacro.
Sono un segno di interrogazione
contornato da un desiderio di nulla.
E il nulla mi somiglia.
Ha il mio silenzio,
la mia fame assente,
i miei pomeriggi immobili
davanti a uno schermo acceso
come un altare senza dio.
Guardo le relazioni umane
come si guardano gli acquari negli ospedali:
movimenti senza significato,
bocche che si aprono e si chiudono,
vite che fingono di toccarsi.
E nulla sono.
Nulla restano.
Forse dentro di me manca qualcosa
che gli altri ricevono alla nascita:
una scintilla,
una lingua segreta,
una mano invisibile
che li lega al mondo.
Io invece vivo distante,
seduto sul bordo della realtà,
come uno che ha perso il treno della vita
e continua a guardare i binari vuoti
senza sapere dove sarebbe dovuto andare.
Perché sono diverso?
Sono nato con una stanza chiusa dentro il petto,
una casa senza finestre
dove il silenzio cresceva come muffa sugli angoli.
Gli altri bussavano alle pareti
con parole, abbracci, lacrime,
ma io sentivo tutto da molto lontano,
come pioggia sopra un tetto di ferro.
Quando il cane morì
la sua ciotola rimase vuota come una luna spenta.
Mia madre piangeva nel corridoio,
mio padre piangeva guardando il pavimento,
e io osservavo il guinzaglio appeso
oscillare piano,
come se fosse rimasto lui
a respirare nella stanza.
Non piansi.
Nemmeno quando morì mio nonno,
che aveva mani grandi di pane caldo
e tasche piene di monete e caramelle.
Mi prendeva in braccio
come si solleva qualcosa di fragile
che potrebbe rompersi con troppa luce.
Tutti aspettavano le mie lacrime
come si aspetta neve d’inverno,
ma dentro di me c’era solo nebbia.
E allora iniziarono le domande.
Perché è così?
Perché non guarda negli occhi?
Perché non mangia?
Perché vive nascosto?
Io non lo sapevo spiegare
che il mondo mi arrivava addosso
come un incendio troppo vicino,
che le voci diventavano lame,
che stare a tavola era una guerra di rumori,
che ogni gesto umano
sembrava avere istruzioni segrete
che tutti conoscevano tranne me.
Così mi rifugiai nello schermo.
Il computer diventò un porto nero,
una galassia senza odori né mani,
dove potevo parlare senza essere visto,
esistere senza tremare.
Dall’altra parte del monitor
le persone erano soltanto voci:
nessuno pretendeva i miei occhi,
nessuno chiedeva
perché tacevo così tanto.
Da bambino mi portarono a basket.
“Gli farà bene uno sport di squadra”,
dicevano.
Ma io correvo tra gli altri
come un animale smarrito nel traffico.
Le loro urla erano tempesta,
le risate coltelli.
E poi arrivò il bullismo,
quel branco di piccoli re crudeli
che sentiva l’odore della diversità
come i cani sentono il sangue.
Ridevano del mio silenzio,
del mio corpo rigido,
dei miei modi strani.
Io diventavo sempre più invisibile,
sempre più stanza,
sempre più muro.
Forse pensavano fossi egoista
perché volevo stare solo.
Ma non era egoismo.
Era sopravvivenza.
Avevo bisogno del mio tempo
come il mare ha bisogno della notte
per non evaporare.
E così passavano i giorni:
io seduto davanti a uno schermo,
mentre fuori il mondo cambiava stagione
senza chiedermi nulla.
Ora sono uomo,
o almeno così mi chiamano.
Ma dentro mi sento ancora
quel bambino fermo sulla soglia,
quello che osservava gli altri vivere
come si osservano i pesci dietro il vetro di un acquario.
Ho avuto una ragazza.
Ho attraversato distanze immense per lei,
treni, città, ore di notte,
come un pellegrino che cerca un dio
senza sapere pregare.
Eppure temo di essere stato un cattivo amore,
uno di quei giardini
dove i fiori sbocciano troppo tardi
e nessuno resta abbastanza
per vederli aprirsi.
Vorrei contare i semi sotto il mio fiorire,
ma forse il mio giardino
ha perso le stagioni.
Forse dentro di me vive qualcosa
che guarda il mondo da dietro un vetro appannato,
una creatura senza lingua
che sente tutto
e non riesce a tradurlo.
A volte penso che la mia anima
mi osservi da lontano
con una tristezza infinita.
Forse anche lei vorrebbe strapparsi gli occhi
e lasciarli alle formiche,
per non vedere più
questa assenza che mi abita.
Perché io ci sono,
eppure mi sento scomparire.
Cammino tra le persone
come un fantasma con il battito cardiaco,
come una stella morta
la cui luce continua ad arrivare
anche dopo la fine.
E allora mi chiedo, ancora:
perché sono diverso?
Ma forse la domanda vera
non è perché sono diverso.
Forse è:
perché il mondo conosce così poco
i linguaggi del silenzio.
Yuli Cruz Lezcano

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